Approfondimenti

Opere e Artisti

Opere e Artisti

Proponiamo una selezione, in ordine alfabetico, di opere e note biografiche degli artisti esposti al BoCs Art Museum di Cosenza, tratte dal Catalogo “BoCs Art – Residenze d’Artista. Cosenza 2015-2016” per Manfredi Edizioni. Dati tecnici a cura di Anna Cipparrone.

 

DATI TECNICI E NOTE BOGRAFICHE

 

Paolo Angelosanto

Paolo Angelosanto (S. Denis, Francia), artista attivo nel campo delle Arti Visive e della Performance Art. Nel 1999 ottiene lo Studio Residenza d’Arte a Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia); 2003: residenza Unidee, Fondazione Pistoletto (Biella); 2005: Gemine Muse, Sederholm House, Helsinki City Museum, Finlandia; 2006: Premio Federculture, Centro Periferia; 2008: vince il Premio Internazionale Arte Laguna- sezione Arte Fotografica; 2010: Artist in Residence La Chambre Blanche, Canada; 2011: Partecipa alla 54. Esposizione La
Biennale di Venezia Padiglione Lazio; 2012: Art Stays International Festival of contemporary Art Ptuj, Slovenia. 2015: Residenza artistica BoCs Art e Paca Art Residency, Gijón, Spagna. Tra il 2003 e il 2004 cura il progetto INT.12 presentando 12 artisti emergenti internazionali nel suo studio a Roma. Curatore delle rassegne di performance: Maratona Performance a Cesena per F.A.C.K. e In Corpo3/Ginnastica della visione a SetUp Art Fair 2013, Bologna.
Realizza nel 2014 “Ginnastica della Visione/Vision Gymnastic”, Festival della Performance Nomade presso il MAAM (Roma), Art Stays Festival 2014 (Ptuj – Slovenia); Bienal del Fin del Mundo in Argentina. Crea per I Quartieri dell’Arte – Festival di Drammaturgia Contemporanea 2015 di Viterbo Michelangelo As Himself.

 

“Percorro il corso del fiume Crati al contrario, dietro alle spalle il tesoro di Alarico, mi lascio accarezzare leggermente dall’acqua, scivolano addosso le gocce d’acqua ghiacciate, che diventano lentamente pungenti, mi entrano nei pori, mi sale addosso l’acqua, mi si inturgidiscono i capezzoli, il sesso mi diventa di bambino e finisce di esistere, fa spazio alle fredde gocce d’acqua veloci, che mi attraversano prima leggere, poi mi travolgono, si fanno spazio tra le cosce e l’inguine, i polpacci pesanti come cemento, tra pantaloni armati fattisi ghiaccio. Le gocce d’acqua, fulminee, a fiumi m’infilzano i pori della pelle che si fanno impermeabili, la pelle a capponi è mutata in cristalli di ghiaccio. L’acqua lava il mio corpo vestito, taglio il fiume a metà, sono sull’occhio di tutti, mi sento gli occhi addosso. Quella povertà che si affaccia dai palazzi, dalle persiane socchiuse, me la sento contro scivolare, con l’acqua che scorre, mi attraversa il corpo, mi schizza in faccia, mi bagna gli occhi, mi ghiaccia il cuore caldo e rallenta i battiti. Arrivo alla meta, respiro, il cuore riprende il caldo. Il film non è stato girato, manca l’acqua che mi copre la testa, che riappare tra le cascate impazzite, mancano le arrampicate, le scavalcate difficili, le cadute in acqua nel risalire, mancano i riposi sul ciglio scivoloso, bavoso, rimangono le testimonianze dei compagni di percorso”.

 

Scheda opera

Titolo: Controcorrente

Anno: 2015

Tecnica: stampa fotografica

Dimensioni: 70X100 cm

Descrizione: L’opera è la testimonianza dell’azione performativa che l’artista ha tenuto a Cosenza durante la  residenza. L’azione, pensata espressamente per la città, è stata ispirata dal flusso del fiume adiacente ai box. Il progetto, un’indagine eco-performativa, è stata un’occasione di riflessione dell’artista, che si misura con l’ambiente.

 

Mirko Baricchi

Mirko Baricchi nasce a La Spezia il 12 aprile del 1970. Dopo il liceo si trasferisce a Firenze, dove frequenta l’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli. Dopo il diploma e un breve periodo di lavoro come grafico pubblicitario, parte per il Messico, un viaggio che segna la sua vita d’artista. Qui lavora come illustratore per una nota agenzia di comunicazione americana, ma non abbandona la sua passione per la pittura. In una delle sue numerose visite ai musei messicani viene folgorato dall’artista Rufino Tamayo. Lascia il lavoro in agenzia come illustratore e poco dopo partecipa ad una collettiva al Museo Siqueros, ricevendo riscontri positivi da parte della critica. Dopo oltre due anni torna in Italia, trasferendosi a Milano, dove lavora nel campo della pubblicità e dell’editoria. In questo periodo matura la decisione di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Nel 1998 torna a vivere a La Spezia. La Cardelli & Fontana presenta i suoi dipinti e da subito inizia una collaborazione ed un rapporto di grande stima, non solo professionale. È del 1999 la sua prima personale in questa sede, da quella data ad oggi Baricchi non si è più fermato.

 

“La carta che ho dipinto in residenza è frutto di un gesto che potrei definire in origine ludico. Avevo questo peperoncino rosso meraviglioso, datomi al primo pranzo da Carmela (la mitica). Tornato nei miei spazi mi sono trovato immerso in una luce quasi accecante, ho staccato un piccolo pezzo di scotch carta (di quelli rosa) e l’ho usato per fissare il peperoncino sul vetro della mia porta d’ingresso. Guardando fuori da quella porta mi sono accorto che il paesaggio retrostante mi appariva frutto di una relazione con il rosso acceso e caldo del “piccolo amico“ in primo piano e il verde della folta vegetazione poco lontana. L’immagine era affascinante, una sorta di collage naturale. Ho così deciso di rappresentare ciò che vedevo. Particolari ed elementi che rappresentavano la mia sosta in terra calabra. Ovviamente non ho riprodotto in maniera figurale ma le sensazioni primarie, tramite i colori, le linee d’orizzonte, e il colore rosso, la carta macerata e lisa dal tempo, come un terreno dissodato”.

 

 

Scheda opera

Titolo: Humus C.

Anno: 2015

Tecnica: miata su carta

Dimensioni: 150X150 cm

Descrizione: L’opera è parte di un più ampio progetto artistico incentrato sul concetto di Humus inteso come terreno fertile in cui favorire lo sviluppo della matrice di  vita vegetale, che è a sua volta matrice di quella animale, quindi anche di quella “umana”. Il termine humus non ha infatti un collegamento soltanto linguistico ed etimologico con “umano”, ma ne possiede uno ben più sostanziale, un nesso semantico e vitale, in quanto l’uomo proviene dalla terra e dalla sua forza generatrice e generante. Humus – che in questo caso rappresenta il paesaggio visto dall’artista fuori dal BoCs – è dunque la condizione sostanziale atta a trasformare il territorio in un luogo fertile per lo sviluppo e la crescita di idee e visioni.

 

Francesco Cabras

Francesco Cabras ha sempre pasticciato con immagini statiche o in movimento, insieme alla parola scritta e alla musica. Fotografa e stampa a 11 anni. A 20 inizia a viaggiare in Asia, scrivendo reportages e producendo immagini sulle quali lavora tuttora. In questi anni riesce a intervistare il Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, agli arresti
domiciliari a Rangoon. Si laurea in psicologia. A 30 anni diventa regista, confondendo scrittura, fotografia e musica. Fonda la produzione Ganga con Alberto Molinari con cui firma molti dei suoi lavori. Fa videoclip, videoarte, pubblicità e documentari premiati a livello internazionale. Il lungometraggio The Big Question viene prodotto da Mel Gibson e esce nei cinema Usa. Collabora con ong come Greenpeace, Terres Des Hommes, Amref, MedReact e Ifad. Con Paleoliche vince Festarte e un altro ciclo di videoarte. Gente che conta, viene inserito nel museo Luigi Pecci di Prato. Sue personali sono state esposte a Milano, Torino, Roma, Bologna, Bruxelles, Berlino, Napoli, Capalbio, Sestri Levante, Pisa. La sua favola L’isola della Quorina vince il premio letterario internazionale Andersen. Cabras è autore di racconti e testi di canzoni, tra i quali il triplo disco di platino ‘Tre parole’. È il cantante della band North Sentinel.

 

“LA CONFRATERNITA DEL FIUME (TUSSI E AMURI NON S’AMMUCCIANU) Nei libri deuterocanonici o apocrifi si racconta di un’accolita felice di donne e uomini stanziati presso le sponde del fiume Crati. Questa piccola comunità, la cui collocazione temporale rimane incerta, si dedicava al culto e all’amore dell’arte. Le loro vite fuori dall’ordinario sono stampate sul retro dei santini in questa Filiconia del Polifunzionale allestita presso i Bocs Art di Cosenza. Gli organizzatori delle Residenze, veri e propri angeli custodi degli artisti ospiti, si sono gentilmente prestati a rappresentare con la loro persona questa dimenticata storia di umanità santa. RITRATTI DI ARTISTI (TRENTA RITRATTI IN CORNICE E RETRO DIPINTO) Mi vergogno un po’ ad aver esposto ritratti realizzati con un cellulare, lo fanno tutti ma il mio snobismo causa il mio imbarazzo. Per questo li ho collocati nel bagno, in cui si compiono funzioni che pubblicamente creerebbero vergogna. L’atto artistico viene definito sin troppo spesso ‘necessario’ e ‘urgente’. Cosa c’è di più ‘indispensabile’ del rito che ci accompagna quotidianamente tra quelle mura? Lo affermo senza ironia. Anche la parola artista mi imbarazza. La camera con vespasiano mi sembra un buon posto per esporre un’opera che ritrae artisti. Me compreso. L’integrazione tra le due opere consiste nell’accostare due identità diverse o apparentemente tali, una, quella degli artisti ospiti allestita con l’aiuto di L. Cionci nel bagno, e l’altra, quella degli organizzatori, santificati al piano di sopra con i relativi santini”.

 

 

Scheda opera

Titolo: La confraternita del fiume

Anno: 2015

Tecnica: stampa fotografica a colori

Dimensioni: 32X45 cm

Descrizione: Il lavoro è costituito da una serie di ritratti di santi immaginari ispirati ai ragazzi che organizzano e curano la residenza. Figure che con grande passione e amore ne consentono la realizzazione. Le maggior parte delle foto sono state scattate in una fabbrica abbandonata che sarà il nuovo museo di arte contemporanea di Cosenza.

 

Elena Nonnis

Elena Nonnis è nata a Roma, dove vive e lavora. Il suo lavoro parte dall’incisione e si sviluppa prevalentemente nel
segno. Alla fine degli anni novanta il segno diventa cucito e, dal 2008, realizza una serie di installazioni con filo annodato e avvolto intorno ad una sottile anima di ferro. Il filo, dunque, usato come segno, assume diverse declinazioni, tutte rigorosamente monocrome. Dal 2011 lavora sul retro – ritratto. Tele di lino antico ospitano segni neri, cuciti o solo disegnati a penna o a matita. Segni di passaggio che frugano nel vuoto fino a trovare lo spazio che li accoglie. È uno spazio fatto di distanze, una superficie dove tutto è fondo. Il soggetto è un pretesto, ritratti di
famiglia, volti cari o ignoti si confondono, si perdono, ridotti a tracce. Frammenti cuciti emergono dallo spazio bianco, guadagnando la luce dal rovescio della tela. Sono immagini afferrate dalla memoria e subito abbandonate ad altri spazi. Corredi che passano di mano in mano da chissà quale tempo.

 

“Il progetto per la Residenza Artistica BoCs Art richiedeva l’integrazione con il territorio, così ho pensato di coinvolgere degli studenti di una scuola superiore e condividere questa esperienza con loro. Ho scelto una classe quinta. Ci siamo visti in un’aula del Liceo artistico, ed io ho presentato il mio lavoro  condividendo i passaggi, gli snodi, gli intrecci che hanno formato il linguaggio nel tempo. È stato un incontro molto bello ed ho sentito la partecipazione commossa dei ragazzi. Alla fine ho scattato una fotografia di gruppo con la classe e questa foto è diventata il soggetto dell’opera che ho lasciato al Museo. Il lavoro è un appuntamento con il tempo, i ragazzi potranno tornare negli anni futuri e ritrovarsi in un’esperienza in cui si è creato un legame. Nella tela di lino antico le figure sono state cucite con filo nero sul retro della tela e mostrate al rovescio. Non si distinguono i volti, il lavoro sembra ancora doversi comporre del tutto. Resta la traccia delle persone in posa, sembrano apparire o scomparire in uno strano movimento del tempo, presenze o assenze in uno spazio. Il lavoro s’intitola “Contrappello”, giocando un po’ sul linguaggio scolastico e un po’ sul tema esistenziale della presenza. Nel tempo scopriamo chi siamo e se siamo davvero “presenti”. È un appuntamento con noi stessi, in futuro”.

 

 

Scheda opera

Titolo: Contrappello

Anno: 2015

Tecnica: filo su tela

Dimensioni: 140X100 cm

Descrizione: Un disegno cucito a mano sulla tela, mostrato al rovescio, che riprende una foto di gruppo scattata nel Liceo Artistico di Cosenza. Un appuntamento con il tempo tra i ragazzi dell’istituto scolastico cosentino e l’artista che consentirà loro di ritrovarsi nell’esposizione cercandosi tra le figure senza volto di cui soltanto i fili segnano i contorni.

 

Virginia Panichi

Virginia Panichi, nata a Firenze (1981), dove vive e lavora. Si diploma all’Istituto d’Arte, si laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze in Pittura e frequenta l’Istituto Italiano di fotografia a Milano. Allestisce e ritrae attraverso la fotografia performance o azioni di cui spesso è protagonista; lavora con la pittura, il disegno e la scultura.  Attualmente collabora con diverse gallerie in Italia e all’estero, ha esposto alla 54° Biennale di Venezia e in varie personali, fiere e collettive dal 2000 ad oggi. Tra le più significative: Mostra personale “Il corpo che abito”, Galleria
Arte Forum Contemporary, Bologna; Mostra personale “Prospettive inattese”, Tepidarium del Roster, a cura di Anna Balzani, Firenze; mostra personale “Identità mobile”, Galleria San Gallo Art Station, a cura di Martina Corgnati, Firenze; Fiera “Contemporay Istanbul” Fiera d’arte internazionale, Istanbul; “Arte Fiera” di Bologna, Galleria Arte Forum Contemporary, Bologna; Fiera “The road of contemplare art” MACRO, Roma.

 

“I due disegni della serie “LEVITAS” proseguono una ricerca già da tempo avviata, dove la sospensione è la metafora dell’energia del mondo, energia che ci è stata data in prestito per vivere la nostra vita e che una volta arrivati al termine dovremo restituire in un circolo continuo. Sei pietre disposte in cerchio nel primo disegno, ed in verticale nel secondo, gravitano in un paesaggio brullo; la leggerezza del tratto contrasta con la pesantezza del materiale raffigurato; da qui nasce l’installazione dove 21 pietre sospese rappresentano il corpo dell’artista. La loro somma corrisponde esattamente al peso corporeo dell’artista, dal pensiero che ‘dalla terra veniamo ed alla terra torniamo?. Questa terra è viva, non dimentichiamolo mai”.

 

 

Scheda opera

Titolo: Levitas

Anno: 2015

Tecnica: pietre in sospensione

Descrizione: Un tema ricorrente nella poetica dell’artista è quello della levitazione intesa come energia vitale che si manifesta con la sospensione. Le immagini a mezz’aria vivono in uno spazio a-temporale e rappresentano l’energia creatrice dell’anima mundi, in un ciclo continuo dove la vita e la morte si equivalgono. La levitazione suggerisce un senso di leggerezza e una mancanza di peso e consente di unire il corpo e lo spirito.

 

Arash Radpour

Nato a Teheran, in Iran nel 1976. A soli 4 anni viene portato in Italia dai genitori dopo la rivoluzione iraniana
del 1979, a Roma. Dove cresce e studia. Nel 1994 si diploma in fotografia all’Istituto di Stato Rossellini. Dai primi anni 2000, dopo un periodo di apprendistato come assistente, lavora nel campo pubblicitario, firmando campagne internazionali per RENAULT, PFEIZER, PEPSI. Nel 2003 vince il premio Mediastar per la migliore fotografia pubblicitaria. Dal 2005 intraprende l’attività della libera ricerca, anche nel campo video. Suoi lavori sono stati esposti alla Biennale di Venezia, al Victoria Memorial Hall di Kolkata e il Modern Art Museum di New Delhi, il MAMBA
di Buenos Aires, Palazzina di Caccia di Stupinigi a Torino e il Museo Andersen, il Museo Napoleonico, il MAXXI e il MACRO di Roma. Attualmente vive e lavora a Napoli.

 

“Il progetto Tourdion, sviluppato durante la Residenza BoCs Art, è stato possibile grazie alla collaborazione tra Arash Radpour e Maria Carmela Ranieri, docente di musica e Direttore del Coro dell’Università di Cosenza. Sono stati coinvolti, nell’esecuzione di una danza della tradizione goliardica del rinascimento francese molto in voga nelle corti europee del XVI sec, circa trenta giovanissimi cantanti del Coro delle Voci Bianche del Teatro Rendano. Il brano è stato poi diffuso in rete come risposta simbolica agli attentati di Parigi del Novembre 2015, avvenuti nei giorni a cavallo delle riprese del video. Nel testo anonimo è espressa la gioia di vivere, l’unica guerra è tra i calici di vino. Tourdion è stato girato e registrato nella Sala delle Armi del Castello Svevo di Cosenza“.

 

 

Scheda opera

Titolo: Tourdion

Anno: 2015

Tecnica: stampa fotografica

Dimensioni: 80×150 cm

Descrizione: La stampa fotografica è tratta dalla presentazione del video realizzato dall’artista durante la residenza e presentato sabato 5 Dicembre 2015, presso il Castello Svevo di‪ ‎Cosenza. Protagonisti sono i ragazzi del Coro delle Voci Bianche, che la Ranieri conduce insieme al Maestro al pianoforte Luca Bruno, docente di Storia della Musica presso il Conservatorio di Cosenza. Il titolo deriva da una danza francese di epoca rinascimentale. Maria Carmela Ranieri l’ha arrangiato in un brano polifonico a quattro voci per coro.

 

Corrado Sassi

Corrado Sassi nasce a Roma nel 1965. Frequenta i corsi di Laurea di Psicologia e Storia dell’Arte a Roma e Venezia, dove inizia il suo percorso artistico nel campo della fotografia. Nel 1994 si trasferisce a New York per studiare all’International Center of Photography dove ottiene il diploma in Fotogiornalismo. Tra i 1995 e il 2000 finanzia la sua ricerca fotografica lavorando come attore (tra gli altri “Ospiti” e “Estate Romana” di Matteo Garrone, “Arianna” di Carlo Lavagna nel 2016). Dal 2000 la sua ricerca personale si sofferma non soltanto sulla fotografia ma si
estende a installazioni, performance e disegni. Le sue opere sono state presentate in diverse occasioni, famose le “Boules de Neige” create per lo show “Tutto Normale” (Villa Medici, Roma 2002) e le fotografie di grande formato esposte al Museo S.M.A.K. di Ghent nel 2003. I suoi lavori sono presenti in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e la collezione Bulgari.

 

“Il progetto realizzato a Cosenza si basa sulla volontà di appropriazione di spazi non ancora in uso o dismessi. Ho fotografato il Planetario della Città, ancora in costruzione, e l’ho stampato su PVC traforato ricamandolo poi con la lana e sospendendolo all’interno di un grande cerchio di rame. La frase, NON SONO IO, è solo flebilmente visibile. La visita alle torri ottagonali costruite da Federico II rappresentano l’unione del cerchio (sfera celeste) al quadrato (la terra), e mi hanno ispirato nel montaggio dei due arazzi realizzati durante il periodo di residenza. Sempre durante la residenza ho realizzato una serie di acquerelli ispirati agli uccelli che hanno costituito lo spunto per un nuovo percorso creativo che sto tutt’oggi sviluppando”.

 

 

Scheda opera

Titolo: De revolutionibus orbium caelestium

Anno: 2015

Tecnica: stampa onkjet su pvc traforato

Dimensioni: 200×200 cm

Descrizione: L’ installazione è composta da una fotografia del Planetario di Cosenza stampata su pvc traforato sulla quale, tra le trame della struttura in acciaio in costruzione, l’artista ha ricamato con delle lane colorate la frase “non sono io”. Una struttura circolare, realizzata con un tubo rivestito di alluminio, fa da cornice e sostegno all’immagine ricamata, sospesa e legata alla struttura portante proprio da una raggiera di filo di lana. Il lavoro, che è incentrato sulla fragilità e sulle riflessioni esistenzialiste di tutti i giorni, si serve della tecnica del ricamo per portare avanti uno  studio sia sulle forme che sui colori, poiché i fili di lana utilizzati sono disposti sulla fotografia in pvc in scala in base al tono.

 

Delphine Valli

Delphine Valli vive e lavora a Roma dove si è diplomata all’Accademia di Belle Arti in Scultura nel 2002. Il suo lavoro esplora le tensioni che si creano tra una geometria visibile e lo spazio, coinvolgendolo come elemento plastico. Tra le (ultime) mostre, I Martedì Critici in mostra Anni Zero II a cura di Alberto Dambruoso (Temple University, Roma, 2017); Artisti a confronto (Suzhou Jade Carving Art Museum, Suzhou, Cina, 2016); XXVI ° Biennale di Scultura, selezionata da Fabio De Chirico (Palazzo Ducale, Gubbio, 2016); Seminaria Sogninterra a cura di Isabella Indolfi e Marianna Fazzi (Maranola, 2016); Ecstatic motion a cura di Elisabetta Giovagnoni e Raffaele Gavarro (Arteealtro, Roma, 2016); Dodici stanze a cura di Claudio Libero Pisano (CIAC, Genazzano, 2015); Artsiders a cura di Massimo Mattioli e Fabio De Chirico (Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia, 2014); Les révoltes logiques a cura di Elisabetta Giovagnoni
(Arteealtro, Via Bruxelles, Roma e Intragallery, Napoli, 2014); Circumambulazione a cura di Alberto Dambruoso (Ex Elettrofonica, Roma, 2009) seguita dai Martedì Critici a cura di Micol Di Veroli e Alberto Dambruoso (Via Carlo Botta 28, Roma, 2010). Dal 2009 insegna Tecniche Performative per le Arti Visive (Accademia di Belle Arti di Foggia e poi di Roma) e dal 2015 Disegno per la Grafica per il master ArtLab (Università di Tor Vergata | Accademia di Belle Arti, Roma).

 

“Mi piace questa vista dal Castello Svevo, quest’occhio del passato arroccato verso la città antica, il fiume che scorre e la città recentemente sviluppata. Tutto questo tessuto vivo manifesta lo stratificarsi del tempo. Mi piace l’idea di unire dei punti immaginari, sempre significativi per qualcuno, di creare una geometria che emerge semplicemente dal fatto di calpestare un suolo per vivere la propria storia – siamo sempre irriducibili ad una storia, se è la vena, siamo l’organismo. Nell’edilizia, si usano dei cubi di cemento chiamati provini, vengono sottoposti a compressione – sono le prove di rottura – se resistono, viene determinata e confermata l’affidabilità del cemento successivamente destinato alla costruzione. Ho trovato un cubo di questo tipo a Cosenza, è diventato emblematico del mio soggiorno in residenza e del lavoro realizzato, in 15 intensissimi giorni”.

 

 

Scheda opera

Titolo: Prove di rottura

Anno: 2015

Tecnica: ferro dipitno e fotografia digiatle

Dimensioni: 200×162 cm; 21×29,7 cm

Descrizione: Realizzato da un’artista esperta nello sperimentare la materia e nel cogliere il dato invisibile e scontato in ogni luogo e in ogni situazione, il progetto aspira ad unire punti immaginari della città di Cosenza individuati da una vista panoramica nei pressi del Castello di Cosenza, immaginando per essi un valore storico e umano. Il titolo del progetto si riferisce ad un cubo, simile ai provini utilizzati nell’edilizia e sottoposti alle prove di rottura, che è diventato emblematico dei 15 giorni di soggiorno dell’artista nel suo box.