Idee

Residenze 2018

Residenze 2018

Sessione VIII (8 – 24 Novembre)

Una residenza di scrittori, registi, fotografi, artisti, per un novembre dedicato alle arti. L’edizione 2018 del progetto BoCs Art, con la curatela di Giacinto Di Pietrantonio, prosegue le attività con nuove idee sul mondo dell’arte. Dopo le tre residenze dedicate alle arti visive e le incursioni legate al teatro e al confronto con artisti congolesi, il villaggio artistico di Cosenza ospita una nuova residenza, co-curata con lo scrittore e artista Tommaso PincioProtagonista questa volta sarà la multidisciplinarietà con autori e talenti di provenienza differente”.

 

In questa sessione sono presenti: Violetta Bellocchio (scrittrice e critica letteraria) Caterina Carone (regista, sceneggiatrice, scrittrice e disegnatrice) Gianluigi Colin (artista, art director, critico d’arte cover editor de la lettura-Corriere della Sera) Damien De Lepeleire (artista multimediale) Francesco D’Isa (scrittore, artista, illustratore, musicologo e filosofo) Giorgio Falco (scrittore) Ibai Hernandorena (artista e scenografo cinematografico) Alessandro Imbriaco (artista, fotografo e reporter) Gabrielle Le Bayon (artista e filmaker) Francesca Montinaro (artista multimediale, designer e scenografa) Sarah Revoltella (artista, scrittrice e regista) Sabrina Ragucci (artista, fotografa e scrittrice), Tommaso Pincio (scrittore, artista e critico d’arte), Veronica Raimo (scrittrice, poetessa, drammaturga e sceneggiatrice).

Nomi che hanno la comune caratteristica poetica della trasversalità interdisciplinare con cui raccontano e presentano immagini del mondo. Una residenza multiforme dunque, che anima la città di Cosenza con conferenze, letture, dibattiti, performance.

Note biografiche

Violetta Bellocchio (Milano, 4 settembre 1977) è una scrittrice e critica letteraria. Esordisce nel 2009 con il romanzo Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009) a cui seguono Il Corpo non dimentica (Mondadori, 2014) memoria, presente e sentire del corpo che entra e esce dalla dipendenza; Mi chiamo Sara, (Marsilio, 2017) e il recente La Festa nera (Chiarelettere, 2018), una distopia contemporanea. Scrive per le riviste «Rolling Stone», «IL», «Rivista Studio», «Wired», «Vanity Fair», «Internazionale». È docente della Scuola Holden di Torino. Nel 2013 fonda la rivista letteraria online Abbiamo le prove da cui è nata l’antologia Quello che hai amato (2015, Utet).

Caterina Carone (Ascoli Piceno, 20 giugno 1982) è una regista, sceneggiatrice e soggettista italiana. Ha iniziato la carriera come documentarista, ottenendo il Premio Solinas, il Premio per il Miglior Documentario Italiano al Torino Film Festival, e una nomination al David di Donatello. Ha poi scritto, diretto e sceneggiato la commedia Fräulein – Una fiaba d’inverno, con Christian De Sica e Lucia Mascino. Regista, si laurea nel 2004 in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Bologna. Dal 2004 al 2007 studia alla ZeLIG – Scuola di Documentario, Televisione e Nuovi Media di Bolzano, specializzazione: sviluppo del progetto, produzione e regia. Nel 2006 lavora come ricercatrice per il documentario “Malafemmina”. Nel 2007 è nella giuria del Premio Casa Rossa al Bellaria Film Festival. Tra i suoi lavori “Le Chiavi per il Paradiso” (2007, film di diploma presso la ZeLIG), “Polvere” (2006, documentario) e “Numero 5” (2005, documentario). Nel 2016 esce al cinema il suo primo lungometraggio di finzione “Fräulein – Una fiaba d’inverno”.

Gianluigi Colin (Pordenone, 1956; vive a Milano) nasce da una posizione esistenziale e professionale unica. Quella di chi da oltre tre decenni vive, con sensibilità d’artista, la professione di art director dentro il cuore dell’informazione italiana, il Corriere della Sera, influenzando l’identità del primo quotidiano d’Italia. Nel 2001 con l’allora direttore Ferruccio de Bortoli, il caporedattore cultura Antonio Troiano e al suo vice Piero Ratto, Colin ricrea l’inserto culturale La Lettura. Le copertine d’autore de La Lettura hanno stabilito un rapporto nuovo tra il mondo dell’informazione e quello dell’arte. Artista poliedrico ma rigoroso, Mitografie è la serie di opere esposta alla Fondazione Giorgio Marconi di Milano, mentre Sudari fa parte del ciclo recentemente esposti alla Triennale di Milano. Si tratta di opere in cui l’artista ci mette di fronte all’impiego estetico dell’informazione satura da cui siamo circondati.

Damien De Lepeleire (1965, Ixelles, vive a Bruxelles ) All’età di 21 Damien De Lepeleire vince il premio per la giovane pittura belga, divenendo anche il più giovane artista a vincere tale premio. È per questo considerato un pittore di sangue, anche se la sua opera è versatile, caratterizzandosi sia per l’impiego di tecniche e tecnologie diverse che di tematiche differenti. . Riflessioni sulla pittura e sulla scultura, come più recentemente la relazione con l’arte etnica sono al centro della sua ricerca. Tra l’altro Damien De Lepeleire ha dato un contributo importante alla mostra collettiva Beyond the Picturesque (SMAK Ghent, 2009 e Martha Herford, 2010). Nel 2011 De Lepeleire ha tenuto una mostra personale Good Dimensions in CC Mechelen.

Francesco D’Isa (Firenze 1980), artista fiorentino, fondatore del collettivo internazionale di artisti Pornsaints.org. Le sue opere sono state premiate in Italia e all’estero e sono esposte nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista. Attualmente collabora con il quotidiano online Il Post. Filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011) una narrazione critica da graphic novel, ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) pamphlet privato e storia filosofica esistenziale e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste. Il suo lavoro è rappresentato in Italia dalla galleria MioMao di Perugia, specializzata in disegno e fumetto.

Giorgio Falco (Abbiategrasso, 30 novembre 1967) è uno scrittore il cui esordio letterario avviene con la raccolta di racconti Pausa Caffè edita da Sironi editore nel 2004. Il libro è finalista al Premio Chiara nel 2005. Segue, nel 2009, la raccolta L’ubicazione del bene, edita da Einaudi, in cui si narra dell’imperscrutabilità dell’esistenza, ricevendo ottimi riscontri di critica. Il libro vince il Premio Pisa nel 2009, è finalista al Premio Minerva nel 2009, al Premio Chiara e al Premio Bergamo nel 2010. Nel 2011 pubblica La compagnia del corpo, spaccato dell’animo umano torbido e molesto. Nel 2012 per Gfeltrinelli esce Se avessimo mangiato il corpo. Nel 2014 pubblica il romanzo La gemella H, edito da Einaudi, che narra della sopravvivenza dei totalitarismo nei nostri cuori che riceve ottimi riscontri critici, vincendo il Premio Mondello Opera Italiana e il SuperMondello, il Premio Volponi, il Premio Lo Straniero, il Premio Sila ’49, il Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa, ed è finalista al Premio Campiello, al Premio Comisso e al Premio Bergamo. Sempre nel 2014, con Sabrina Ragucci, pubblica Condominio Oltremare (L’orma editore) nella collana fuoriformato curata da Andrea Cortellessa. Nel 2015 esce per Laterza, nella collana Solaris, Sottofondo italiano. Nel 2017 pubblica Ipotesi di una sconfitta (Einaudi), con cui vince il Premio Pozzale Luigi Russo 2018.

Ibai Hernandorena (Saint-Jean-de Luz,1975, vive a Parigi). Artista e scenografo particolarmente interessato alla nozione di modernità, alle utopie da essa generate e le loro cadute attraverso i scoli. Utopie che nel corso del tempo collassano, si evolvono, o si rinnovano. Un approccio che gli permette di realizzare nel 2014 l’opera Promesse, un monumentale castello di carte con disegni di Jean Prouvé. Tra costruzione e decostruzione la sua opera appare appesa a un filo e può quindi cadere in ogni momento, un lavoro sui fantasmi degli edifici e della modernità. Allo stesso modo, la fotografia chiamata Glide presenta un edificio nel processo di distruzione. L’edificio, che rimane solo lo scheletro, sembra essere quello di un modello in cartone, fragile ed effimero come la nostra esistenza. Sue mostre si sono tenute in vari musei e istituzioni pubbliche eprivate come la Fondation Tapiés di Barcellona, Musée d’Art et d’Histoire – Saint-Denis Grand – Centre d’Art Image/Image – Orthez (installatione permanente), Carla – Centre d’Art Le Bel Ordinaire – Pau Utopies.

Alessandro Imbriaco (1980, Salerno) Ingegnere di formazione dal 2008 si trasferisce a Roma, dove lavora come fotografo interessato agli insediamenti urbani e ai differenti modi di abitare il suo lavoro è stato premiato più volte in varie mostre nazionali e internazionali. Dal 2007 al 2012 ha lavorato ad un progetto sull’abitare a Roma (TAZ Temporary Autonomous Zones) raccontando campi rom (Casilino 800, Metropoliz), occupazioni abitative (Campo Farnia, Regina Elena), e periferie urbane (Ottavia, Idroscalo, Ponte di Nona). Dal 2011 con Tommaso Bonaventura e Fabio Severolavora al progetto Corpi di Reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi nell’Italia contemporanea, esposto in diversi musei e gallerie in Italia e all’estero. Con Caterina Loffredo, architetto, ha ideato il progetto Forza Maggiore, un progetto collettivo e multidisciplinare sulla ricostruzione post-sisma in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Dal 2014 è docente all’Istituto Europeo di Design. Dal 2017 è membro del direttivo della SISF – Società Italiana per lo Studio della Fotografia – e fa parte dell’organizzazione di Passeggiate Fotografiche Romane, per cui cura, insieme a Chiara Capodici, la sezione del V Municipio di Roma. Nel 2017 ha svolto una residenza artistica alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo lavoro: Premio Atlante Italiano – MAXXI (2007), Premio Canon (2008), World Press Photo (2010), Premio Pesaresi (2011), Premio Ponchielli (2012), European Publishers Award for Photography (2012). Viene selezionato nel 2011 per il Talent di Foam e per il Joop Swart Masterclass del World Press Photo. Nel 2014 e 2016 ha partecipato alla Biennale di Architettura di Venezia. Suoi lavori sono conservati dall’archivio della Biennale di Venezia, dal FOAM Photography Museum Amsterdam, dal MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma, dal museo Riso di Palermo e dal MUFOCO di Cinisello. Suoi libri sono stati pubblicati in Italia (Peliti), Inghilterra (Dewi Lewis), Francia (Actes Sud), Germania (Keher Verlag), Spagna (Blume).

Gabrielle Le Bayon (Parigi, 1981) È un’artista e regista il cui lavoro esplora la relazione tra il mito e la storia, il linguaggio e il territorio. Ha studiato al London College of Communication et Royal College of Art sempre a Londra. Suoi film sono stati mostrati in vari musei e festival tra cui MOCA Hiroshima JP; Visions du Réel film festival, Nyon CH; International Film Festival Oberhausen Seminar with LUX (UK) & Flaherty Seminar (US); W139, Amsterdam; ICA, London; MAMBA, Buenos Aires. Nel 2017 è stata in residenza presso la Fondazione Civitella Ranieri e selezionata èer il festival Loop Award di Barcellona. Suoi film sono rappresentati da 6×6 Project Londres e Videocloop Barcellona.

Francesca Montinaro ( 1965 Roma) È un’artista mutimediale, designer e scenografa, vive e lavora a Roma. Le sue installazioni sono state esposte in diverse location tra cui la Galleria Nazionale di Roma, il Macro di Roma, all’interno del Parlamento Italiano. L’artista ha prodotto installazioni che coinvolgono grandi numeri di persone, la matrice sociale è la partenza per ogni sua considerazione, ne consegue un diretto coinvolgimento con la realtà. Esamina i temi della manipolazione e della vanità ed a questo scopo utilizza vari media: video, disegno, assemblaggio, video installazioni e interattività. I suoi lavori hanno in comune una processualità lavorativa dedita all’ascolto e tesa ad agire da ponte tra osservatore e osservato. In particolare, negli ultimi anni ha esplorato i ruoli e i modelli di donna nei contesti della comunità e nelle differenze di genere, riconoscendo nelle donne di tutto il mondo quel seme dal quale può sbocciare una nuova e più matura coscienza collettiva. Perché uno sguardo al mondo delle donne è, in realtà, uno sguardo all’umanità intera. È stata docente di scenografia multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma e di Carrara; e allo IED di Roma. Formazione_ laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Sue scenografie sono state prodotte per noti programmi televisivi della RAI e La 7, tra cui Invasioni Barbariche di Daria Bignardi, Festival di San Remo di Fabio Fazio, 2013, e il prossimo, 2019, condotto da Claudio Baglioni.

Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro (Roma, 1 maggio 1963), è uno scrittore. Il suo pseudonimo è l’italianizzazione del nome dello scrittore postmoderno statunitense Thomas Pynchon. Nel novembre del 2015 ha vinto il primo premio degli editori indipendenti SINBAD, della città di Bari, con il romanzo Panorana. Esordisce come romanziere nel 1997 con M. Successivamente pubblica Lo spazio sfinito (2000) e Un amore dell’altro mondo (2002), un libro che ha diviso la critica letteraria e con il quale l’autore ha acquistato una certa notorietà. Vi si narra la vita di Kurt Cobain, leader del gruppo rock Nirvana, attraverso lo sguardo di un suo amico immaginario. La ragazza che non era lei, pubblicato nel 2005, traccia un bilancio su ciò che è andato perduto e ciò che è rimasto dei sogni di amore e libertà degli anni Sessanta. È invece del 2006 Gli alieni, un’indagine su come l’ipotesi dell’esistenza di extraterrestri sia diventata uno dei grandi miti dell’era moderna. Di più recente pubblicazione sono le opere Cinacittà; Hotel a zero stelle (2011) saggio autobiografico di dialogo con alcuni grandi della letteratura; Pulp Roma (2012) incentrato sempre sulla città di Roma, il romanzo Panorama (2015) e la raccolta di saggi Scrissi d’arte (2015), Tommaso Pincio collabora alla rivista Rolling Stone alle pagine culturali di Repubblica e del Manifesto, occupandosi perlopiù di letteratura statunitense.

Sabrina Ragucci (1968, Benevento) È un’artista e scrittrice italiana che lavora, in prevalenza, sul libro d’artista, tra fotografia e letteratura. Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre monografiche e collettive in Italia e all’estero. Nel 2011 è tra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia con Italian East Coast. Tra le mostre più recenti, Facing the camera, ICI New York (2018), Red Desert Now, L’eredità di Antonioni nella fotografia italiana (2017), esposto al SK Stiftung Kultur Köln, di Colonia. Nel 2016 partecipa all’antologia Con gli occhi aperti (Exorma); scrive ed espone I racconti del Pilastro (Bologna, 2016); 30 novembre, con Giorgio Falco al Festival Internazionale di Fotografia, (Roma 2015); Scarti, Università di Venezia, Villa Brandolini (Venezia e Pieve di Soligo, 2015); Condominio Oltremare, Biennale di Architettura (Venezia, 2014), Sabrina Ragucci/Giorgio Falco – The Collared Dove Sound, 2012, Micamera, Milano; Italian East Co(a)st, 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2011). Nel 2012, con Giorgio Falco, ha pubblicato The Collared Dove Sound e nel 2014 Condominio Oltremare (L’orma). Collabora con il Manifesto, alfabeta2, Doppiozero, Le parole e le cose. Ha insegnato all’Università di Venezia, Iuav. È docente di Storia e teoria della fotografia al Cfp Bauer (Milano) e, assieme a Giorgio Falco, dal 2015 conduce un seminario nel programma Arti visive e studi curatoriali, presso Naba (Milano). È docente, tra scrittura e immagine, presso la scuola di scrittura Belleville (Milano). È in procinto di pubblicare il suo primo romanzo.

Sarah Revoltella, (Ginevra, 1971, vive a Padova) oltre che scrittrice è artista e regista. Nel 2017 durante la Biennale di Venezia ha realizzato “Io combatto”, una performance internazionale sul disarmo. Ha scritto e diretto il lungometraggio “Il cerchio rotto”, tratto da un racconto di cui è autrice. Nel 2014 ha scritto e diretto la pièce “La gabbia”, sul tema della dipendenza dalla paura. Nel 2011 ha esposto alla Biennale d’Arte di Venezia l’installazione “Polarizzazione”, che investiga i nuclei familiari non tradizionali. Sempre nel 2011 ha esposto al Civico Museo Revoltella di Trieste l’installazione “Traduzione”, tratta da un suo racconto. Nel 2006 ha girato il cortometraggio storico “8 Febbraio”. Tra le sue pubblicazioni: “Macedonia” (Edizioni Zel), “La rivolta dei Mulini” (2002, Rivista Frigidaire), “La Musica in Morte a Venezia di Luchino Visconti” (2002, Rivista La Valle dell’Eden), La trama musicale in Ludwig (2001, Rivista Bianco e Nero), “Il cerchio rotto” (2001, ed. Land Italia).

Veronica Raimo (Roma, 1978) è una scrittrice, traduttrice e sceneggiatrice italiana. Nata a Roma, nel 1978 e laureata in Lettere con una tesi sul cinema della Germania divisa, ha vissuto a Berlino lavorando come ricercatrice. Traduttrice dall’inglese per diverse case editrici, ha esordito nella narrativa nel 2007 con il romanzo Il dolore secondo Matteo (Minimum fax, 2007) storia di un menage erotico esistenziale al quale hanno fatto seguito altri due romanzi oltre a racconti pubblicati in riviste e antologie, tra cui Tutte le feste di domani (Rizzoli, 2013) fantastico romanzo d’amore e tradimento, e Miden (Mondadori, 2018) primo romanzo distopico del post-MeToo . Sorella Ha co-sceneggiato nel 2012 il film Bella addormentata di Marco Bellocchio ricevendo una nomination nel 2013 ai Nastri d’argento. Suoi articoli e recensioni sono apparsi su vari periodici e quotidiani come Rolling Stone, Repubblica il Manifesto, Il Corriere della sera, Amica.

Gli artisti

Sessione VII (1- 5 Ottobre)

Il progetto BoCS Art propone a latere delle Residenze Artistiche del curatore Giacinto Di Pietrantonio una iniziativa breve ma assai interessante volta non solo ad accendere i riflettori su un’arte speciale quale la fotografia stenopeica e sulle opportunità di studio che essa offre sulla città, ma anche a ricordare le attività ed i progetti di uno tra i principali studiosi cosentini della materia, Luigi Cipparrone che sognava una residenza di stenopeici a Cosenza e del quale il Musif di Senigallia conserva alcune opere”. 

 

I fotografi, di fama nazionale e internazionale, dall’1 al 5 Ottobre esploranno la città con la loro “scatola” o macchina fotografica stenopeica restando ore davanti al soggetto da immortalare per far sì che la luce resti impressa sulla carta fotografica in un’era, quella del digitale, che spesso non consente di assaporare lo scorrere del tempo nell’atto fotografico. Numerose le ricerche che i fotografi hanno già avviato prima di arrivare a Cosenza e che confluiranno nei lavori artistici donati al Comune di Cosenza il giorno del finissage.

Al fine di consolidare il rapporto tra le attività dei BoCS Art e la cittadinanza, la residenza prevede alcuni workshop presso la sala convegni del BoCS Museum (in San Domenico), presso Villa Rendano e un convegno finale presso il Museo dei Brettii e degli Enotri in occasione del finissage Giovedì 4 Ottobre alle ore 17.

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicastro

Daniele Papa

Daniele Papa nasce a Loreto nel 1949. Dopo una prima esperienza lavorativa a Torino, nel 1973, rientra nella città natale dove, grazie ad un affermato fotografo, intraprende il suo percorso di indagine nel mondo della fotografia.
Lo scontro con le opere di Mario Giacomelli, i densi incontri avuti con il più importante maestro della fotografia italiana, suscitano in Daniele Papa sempre più profondamente l’ambizione di realizzare qualcosa di personale e la chiara visione della strada maestra da percorrere. Ben presto realizza, in camera oscura, le proprie foto occupandosi di tutte le fasi di sviluppo del negativo e delle stampe finali.

Circonda l’immagine di un’atmosfera poetica e descrive le foto come momenti narrativi di un unico libro.
Tra i suoi più importanti progetti: Sguardi nel Sud, da un viaggio nell’Italia Meridionale (1977); I Vattienti, Nocera Terinese, rituale a sfondo religioso (1981); Venezia – il Carnevale,1983; Nell’ombra della luce, paesaggi realizzati sull’omonimo brano di Franco Battiato, (1999); Un pellegrino racconta, omaggio al pellegrino in visita a Loreto (2001); Così racconta il mare, un mare pieno di ricordi con un richiamo all’Amarcord felliniano (2003); Dalla Terra, , tributo alla mia terra marchigiana e omaggio a Mario Giacomelli, titolo mutuato da un cd di Mina (2006); Fernando Pessoa, mostra fotografica su Fernando Pessoa e il suo mondo (2008); Le oche di Anna, lavoro presentato al concorso biennale Henri Cartier Bresson, (2009); L’Infinito,interpretazioni fotografiche della poesia di Giacomo Leopardi, (2009); La leggenda del bosco vecchio, dall’omonimo film del regista Ermanno Olmi (2009); Nella via del silenzio, titolo dal brano musicale di Miles Davis, (2010); Sotto il silenzio nevica, lavoro fotografico ispirato alla raccolta di poesie “ La luna sopra il ciliegio” di Paolo Marzioni, (2010); Radici, racconto di vita nella campagna marchigiana (2010); Nel legno e nella memoria, storia di piccoli paesi abbandonati raccontata dalle porte delle abitazioni e dalle piccole piazze; Immagina, lavoro eseguito con la fotocamera Holga 120 N, (2014); In un angolo del mare, titolo mutuato da un brano musicale che Mariano Deidda dedica a Fernando Pessoa, (2015).

Vincenzo Marzocchini

Classe 1948, Vincenzo Marzocchini si forma presso la città di Urbino, laureandosi in Pedagogia. Inizia ad affiancarsi alla fotografia nel 1970, attraverso l’utilizzo di programmi di educazione all’immagine come docente di materie letterarie e libere attività complementari nella scuola media inferiore. Avvia delle indagini sul territorio, seguite da una sperimentazione in camera oscura. Si interessa agli studi storici, di analisi e critica e particolarmente ai rapporti tra fotografia e letteratura. Oggi la sua attenzione si focalizza sull’insieme di immagini d’epoca seguendo il principio delle tecniche di stampa e di riproduzione con particolare cautela alla ritrattistica tra Ottocento e Novecento.
Nel 2007 contribuisce alla creazione del Museo Storico Fotografico di Montelupone (Mc) e collabora con la rivista Gente di Fotografia per la quale ha scritto numerosi testi critici. Negli ultimi anni, tutta la sua produzione pratica, si incentra sula fotografia stenopeica, unitamente agli studi storici e teorici.

Tra le sue più recenti pubblicazioni: Oltre il visibile, Campanotto Editore 1998; Camera obscura. La lentezza dell’istantanea (con Marco Mandrici), Lanterna Magica Edizioni 2011; Scritture di versi e di luce (con Daniele Papa), Lanterna Magica Edizioni 2012; Attorno a una poesia di Mario Giacomelli, Ed. Polyorama 2012; Ritratti al plurale. Fotografi anconetani tra ‘800 e ‘900, Ed. Polyorama 2015; Fotografi nelle Marche dal dopoguerra a oggi, Grafiche Bieffe 2016; Fotografi nelle Marche 1900-1950, Ed. MarVin 2018.

Dino Zanier

Dino Zanier si forma a Trento, dove si laurea in Sociologia. Docente di educazione tecnica presso varie scuole della provincia di Udine, agli esordi degli anni 80 inizia a sperimentare in aula la tecnica della fotografia stenopeica adoperando piccole scatole metalliche e sensibili emulsioni. Socio fondatore del “Circolo Culturale Fotografico Carnico”, Dino Zanier nel 2005 apre al pubblico la sua prima mostra Tolmezzo Città stenopeica con immagini realizzate dagli studenti e selezionate tra i diversi temi proposti negli anni precedenti. Alla mostra, realizzata nella giornata internazionale dedicata alla fotografia stenopeica, sono invitati a partecipare, con le loro opere, stenopeisti regionali e nazionali. A questa si susseguono varie collaborazioni ed esposizioni. Oggi in pensione, collabora ancora con il Circolo Culturale prestando le sue conoscenze nelle scuole della sua città, Tolmezzo.

Marko Vogrič

Marko Vogrič nasce nel 1961 a Gorizia. Eredita la passione per la fotografia dal padre Zdenko e negli anni 80 si associa al Fotoklub Skupina75, di cui oggi è vicepresidente. Adopera la tecnica digitale per la fotografia a colori, preferendo però la pellicola BN e colore con la tecnica del foto stenopeico, servendosi di fotocamere vintage e sperimentando tecniche alternative. Collabora con numerose riviste e giornali locali; è coautore per la sezione fotografica di diverse pubblicazioni librarie. Tra i suoi ultimi e principali progetti fotografici: Konzentrazionslager Dachau, Sinagoga di Gorizia – fotografie BN riprese nel lager con fotocamera stenopeica; Un topolino in viaggio, Fotocastello Negova, sede espositiva FIAP, Negova (SLO); 1915-2015, Taverna al Museo Gorizia; Un topolino parigino a Cormòns, Caffè Massimiliano, Cormòns; Esposizione di opere stenopeiche al Wine bar Al Cantuccio, Gorizia.

Sergio Maritato

Sergio Maritato nasce ad Acquappesa (CS) nel 1957, formandosi all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Si trasferisce per un breve periodo a Milano dove inizia ad interessarsi di fotografia. Cattura scorci architettonici e paesaggi, sperimentando varie tecniche che lo conducono al foro stenopeico. Tiene mostre personali e collettive, pubblica su riviste specializzate nazionali ed internazionali e realizza libri e cataloghi. Oggi, vive e lavora a L’Aquila: insegna presso il liceo Artistico.

Valentino Guido

Fotoamatore autodidatta, Valentino Guido si associa nel 2006 al Laboratorio Culturale fotografico ArteaParte di Paola e contemporaneamente alla Fiaf (federazione italiana associazioni fotografiche). Nel 2009 vince il primo premio del concorso fotografico Capacità Visive organizzato dal fotoclub “il Grandangolo” di Amantea e una sua foto viene pubblicata sull’annuario Fiaf. A questi si susseguono numerosi riconoscimenti . Nel 2013, collabora con il cantautore calabrese Enzo Ruffolo in un progetto legato al tema del viaggio come ricerca interiore attraverso la musica. Il lavoro si concretizza in una mostra itinerante, tra i borghi più belli d’Italia. Tra i suoi più recenti progetti, Ludibrium – diseconomia del Sud, un disegno concettuale sperimentale che racconta attraverso delle lunghissime esposizioni (200 gg) i fallimenti progettuali dell’economia. Questo lavoro si aggiudica la 2° tappa del circuito “Portfolio Italia” 2017 , 14° Fotoarte tenutasi a Taranto. Durante questi anni, numerosi scatti lo vedono spaziare dalla foto naturalistica, al ritratto come al reportage.

 

Gli artisti

Sessione VI (13 – 25 Settembre)

Questa Residenza Artistica, curata da Giovanni ViceconteGiacinto Di Pietrantonio, ha selezionato artisti di provenienza e generazione differenti accomunati dall’attenzione al disegno. La scelta è stata fatta con l’intento di relazionarsi e dialogare con il Festival del Fumetto che si tiene a Cosenza. Negli ultimi anni – afferma Di Pietrantonio – sempre più artisti hanno manifestato attenzione a questo tipo di arte, tanto che alcuni di loro operano nei due campi espressivi del fumetto e della pura arte visiva. Ciò sottolinea un’idea di interdisciplinarietà e di abbattimento di confini sempre più necessari nei tempi liquidi in cui viviamo”.

 

In questa sessione di residenza ai BoCs Art sono presenti gli artisti: Rebecca Agnes, Giulio Alvigini, Karin Andersen, Gabriele Arruzzo, Sabrina D’Alessandro, Francesco Fusi, Cristina Gardumi, Dario Guccio, Luca Matti, Elisa Mossa, Marco Pio Mucci,  Marco Pace, Gabriele Picco, Danilo Sciorilli.

La caratteristica poetica di ognuno di loro è quella di utilizzare il disegno come strumento di primaria espressione.

 

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicastro

Giovanni Viceconte

Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974) è giornalista e curatore d’arte contemporanea.  Laureato nel 1997 presso l’Accademia delle Belle arti di Brera di Milano, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e l’anno seguente il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive.  Nel 2005 inizia la sua attività curatoriale collaborando alle mostre dalla GAM di Bologna, tra le quali: Bologna ContemporaneaArtists’ Houses 05 e Francesco Arena, contestualmente, segue come curatore l’Archivio di videoarte ArtHub.it e la rassegna nazionale 2Video promossa dal portale d’arte contemporanea Undo.net.   Dal 2006 cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, tra le mostre ricordiamo: Objects – Memory and addiction, MAO, 24th Biennial of Design di Ljubljana (2014) ; Temenos (residenza artistica e mostra), Museo Archeologico Nazionale di Sibari (2014); Su Nero Nero(selezione video), Castello di Rivara – TO (2011); Bianco-Valente, Museo Civico di Altomonte (2011). In Corso d’Opera, Fabbrica del Vapore, Milano (2005); Audiovisivi Digitali (video ArtHub.it), MACRO, Roma (2013) ; Ti Racconto, CRAC di Cremona (2012); PIXEL – la nuova generazione della videoarte italiana, Marche Centro d’Arte (2012); MAPPING – 3 curatori, 3 artisti e 18 videoartisti, “Cecilia” di Tito, Potenza (2012); Open Spaces 1, Palazzo Arnone, Cosenza (2011); Invasion One, Convento dei Domenicani di Altomonte (2011). Numerosi i suoi contributi critici per cataloghi e riviste/portali d’arte contemporanea: Flash Art, Artribune.it, Exibart.com, Juliet Art Magazine, Segno, Arte Mondadori, EspoArte.

Sabrina D’Alessandro

Sabrina D’Alessandro nasce a Milano; dopo la maturità classica si specializza nel 1999 in Disegno industriale presso il Politecnico del capoluogo lombardo. In un’incessante connessione tra arte e linguaggio, D’Alessandro si serve delle parole per esplorare il sentire dell’uomo e tradurlo in nuove chiavi di lettura della realtà. Il suo studio sulle potenzialità creative del linguaggio si traduce nella ricerca, e a volte nella vera e propria scoperta, di parole che catturano il suo interesse e che poi restituisce in forma artistica, utilizzando diversi medium espressivi quali installazioni, atti performativi, video e sculture. Il lavoro di Sabrina D’Alessandro, segnalato dall’Enciclopedia Treccani, si esprime attraverso l’URPS (Ufficio Resurrezione Parole Smarrite): “Ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra”, fondato dall’artista nel 2009 e diviso in vari dipartimenti a seconda del modo in cui i vocaboli vengono riportati in vita. Nel 2011 viene pubblicato da Rizzoli il volume Il Libro delle Parole Altrimenti Smarrite mentre nel 2018 nasce “Oficina resurrección de palabras perdidas”, succursale colombiana dell’Ufficio Resurrezione. Dal 2016 l’artista viaggia in Italia e all’estero con un progetto itinerante, il Censimento Peculiare, installazione interattiva volta a individuare il difetto umano più diffuso presso diverse culture, aree geografiche e comunità di persone (dalla Russia all’Isola di Malta, dai detenuti di un carcere ai fratelli di un monastero). Tra i lavori più recenti, oltre alle opere che saranno presentate nel corso del 50esimo Premio Suzzara (2018), si ricordano: Reparto Computazioni, Fondazione Mudima, Milano (2018); Dipartimento parole imparavolate, ospitato all’interno della Domenica de Il Sole 24 ore (2017); URPS-Divisione mutoparlante, serie di video mandati in onda da Sky Arte (2016).

A Cosenza, con Ufficio Resurrezione Parole Smarrite, Sabrina D’Alessandro continua il viaggio del progetto itinerante Censimento Peculiare declinandolo in un lavoro specifico sul dialetto calabrese, ricco di parole ormai cadute in disuso. La ricerca linguistica condotta in loco diventa forma d’arte visiva attraverso due installazioni, concepite come opere distinte ma tra loro collegate. In Piglia e porta l’artista gioca sul termine dialettale designante il pettegolo e sistema su due porte di legno otto taccuini, ciascuno contenente la traduzione in calabrese con licenza poetica di otto parole italiane antiche che esprimono difetti umani. Le otto parole sono le stesse presenti in XIV Censimento peculiare, installazione che richiede l’intervento del pubblico per votare la parola del passato che esprime il difetto umano più diffuso nel presente. BoCs Art ospita la quattordicesima tappa dei Censimenti: in occasione della presentazione dei lavori i visitatori sono invitati a esprimere la propria preferenza attraverso dei fagioli cannellini bianchi da inserire nel barattolo corrispondente alla parola prescelta.  Ad accompagnare XIV Censimento peculiare una performance artistico-musicale a cura del Dipartimento Rinascita Psicovocale dell’URPS in collaborazione con cantanti e musicisti del luogo dal titolo “Pittuleru spaccennatu chiacchierune ‘ntrallazzatu”.

Francesco Fusi

Francesco Fusi (Desenzano del Garda, 1990). Diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e lavora tra Manerba del Garda e Milano. Pur sperimentando il linguaggio della videoarte da cui è fortemente attratto, Fusi elegge la pratica pittorica come mezzo espressivo esclusivo della sua attività artistica. Le sue tele, di medio e grande formato, sono sempre orientate verticalmente e concepite non per essere appese ma poggiate al muro. Ciò determina un modus operandi ben preciso: l’artista dipinge corpo a corpo con l’opera in via di realizzazione, fino a vedere negli occhi i protagonisti dello spazio di rappresentazione. Questi, perlopiù ritratti a grandezza quasi naturale, sembrano così condividere con lo spettatore il medesimo piano di calpestio. Nella selezione dei soggetti Francesco Fusi predilige le figure umane, spesso frutto di prelievi fotografici da riviste o dal web, rimaneggiate in assemblaggi e collage tra finzione e realtà.  Personaggi messi in scena teatralmente in svariate pose, dalle più canoniche a quelle distorte o deformate, accomunati dalla voglia di catturare lo sguardo dell’osservatore attraverso i gesti o i travestimenti. Fusi è tra i finalisti dell’edizione 2016 e 2017 del Premio Combat Prize, concorso internazionale che si svolge a Livorno negli spazi degli Ex granai di Villa Mimbelli e del Museo Civico G. Fattori con l’intento di ricercare le più interessanti proposte della realtà internazionale dell’arte. Tra le ultime esposizioni citiamo Il paradosso altrove, personale curata da Vincenzo Argentieri nella sede del GAR in collaborazione con LeBelleArti, Viafarini e Accademia di Brera di Milano (2017), in cui ritrae gente comune estraniata dal proprio contesto di provenienza e trasferita negli scenari pittorici di sua creazione.

Venuto a conoscenza delle comunità italo-albenesi che popolano la provincia di Cosenza e rimasto affascinato dalla sfarzosità dei loro costumi tipici, Francesco Fusi propone per Bocs Art un dittico raffigurante una coppia di personaggi: due ragazze dalla posa rigida in ricchi costumi arbereshe. Appare chiaro che le giovani, seppure abbigliate secondo la tradizione della minoranza etnico-linguistica, non appartengano a questa cultura. Punto centrale delle tele è, infatti, il colore dei capelli delle figure: un biondo platino che sgretola ogni legame con la comunità arbereshe e rende i soggetti distaccati da ogni realtà. Le due ambigue fanciulle, dallo sguardo vitreo e assente, si inseriscono in un’ambientazione teatrale che inquadrandole quasi le ingabbia. Il lavoro realizzato dall’artista in Residenza si ricollega alla serie delle “Principesse cattive”, ritratti sullo stile dei capolavori seicenteschi che giocano sulla contraddizione. In essi, dal nero di fondo della tela e da cornici colorate dipinte, emergono donne in sontuosi abiti griffati con espressioni aspre e caratteri quasi mascolini.

Marco Pio Mucci

Marco Pio Mucci nasce a Benevento nel gennaio 1990. Fa parte della classe di Pittura del maestro Alberto Garutti all’Accademia di Belle arti di Brera dove nel 2017 consegue il Master in Visual Cultures. Il disegno e la pratica del racconto sono elementi ricorrenti nel lavoro di Mucci che sceglie di esprimersi prevalentemente attraverso il linguaggio del fumetto. Nel 2017 fonda la casa editrice indipendente MucciComics lanciando Il futuro è nel Pistacchio, primo numero del progetto editoriale Sgomento, una graphic novel con storie scritte e illustrate da Mucci in collaborazione con Matteo Pomati alla grafica e all’editing. Per ogni episodio un artista diverso viene invitato a realizzare la cover della rivista, caratterizzata da tavole disegnate al negativo in cui parola e immagine fanno parte dello stesso insieme comunicativo. Marco Pio Mucci è tra l’altro co-fondatore del collettivo Armada, artist-run spaces milanese. Maschile Romantico (2016) è la sua prima personale in Armada: in una riflessione tra sfera privata e pubblica l’artista si lascia ritrarre giungendo alla presa di coscienza della propria immagine attraverso i calchi riportanti le fattezze viste dagli occhi altrui. La ricerca di lettura del sé continua In Asfalto Brillante, Romantico Cosmico, Strada Spettacolo, allestita presso la Fondazione Zimei a Montesilvano (2017), dove Mucci si rapporta con lo spazio e l’architettura della Fondazione imponendo la sua presenza attraverso riproduzioni plastiche della propria figura. In questa occasione presenta, inoltre, il secondo numero di Sgomento, intitolato O Tauto, libro oggetto cui seguiranno nel 2018 Hooligans 3000, terzo numero della collana la cui copertina porta la firma dell’artista svizzero Kaspar Müller, e La Bella Giornata, ambientata a Napoli e ospitata presso il Museo MADRE di Napoli.

Marco Pio Mucci presenta un’opera-fumetto in tre tavole che ripropone alcune scene del film Il padrino, capolavoro cinematografico del 1972 firmato dal regista Francis Ford Coppola. Soggetto dei disegni è Michael Corleone, membro di una famiglia siciliana considerata tra le più potenti organizzazioni mafiosa della New York del dopoguerra. Mike alla morte del padre don Vito diverrà il nuovo padrino a capo dell’impero criminale della famiglia Corleone. Nei disegni di Mucci il protagonista è ritratto in alcuni “momenti poetici” che mostrano il suo lato umano, ora coinvolto in situazioni amorose ora mentre si confessa in tarda età con un prete. L’artista si sofferma sulla figura del gangster per suggerire una riflessione generale sull’uomo di una volta ancorato ad alcuni valori, come la fede e l’amore, che oggi stanno per perdersi.

Giulio Alvigini

Giulio Alvigini (Tortona, 1995) vive e opera tra Genova e Torino dove frequenta l’Accademia Albertina di Belle Arti, indirizzo Comunicazione. La sua progettualità artistica punta a innescare un cortocircuito tra immagine e contenuto, servendosi di installazioni, operazioni performative e creazioni visive in grado di suggerire diverse ipotesi di lettura della narrazione. Con un atteggiamento sarcastico e cinico, spesso volto alla spettacolarità, Alvigini prende di mira le dinamiche della cornice sociale dell’arte contemporanea: esplora e riflette la percezione non solo del singolo individuo ma di tutta la collettività nei confronti del panorama artistico. Nella sua prima personale Giulio Alvigini – No more!, Aboutness contemporary art, Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, Genova (2017), l’artista trasforma il Museo genovese in un hotel dotato di sito web con stanze prenotabili, mentre nel caso di Ilaria Bonacossa 6 la mia vita, progetto site-specif pensato per l’edizione 2017 della Fiera torinese Artissima, tenta di attirare l’attenzione della curatrice dichiarandole amore eterno su uno striscione. La figura del giovane artista italiano semplice, la minaccia dell’autoreferenzialità, l’ironia su certe istituzioni e personaggi, il funzionamento del mercato dell’arte da sempre bersagli del suo discorso artistico, vengono trasferiti da marzo 2018 nella dimensione dei social grazie a Makeitalianartgreatagain, pagina dedicata ai meme sul mondo dell’arte nazionale. Il progetto, diventato virale nel giro di pochi mesi, si serve del linguaggio ironico e grottesco tipico di questo genere di immagini per rispecchiare l’andamento e le contraddizioni del sistema dell’arte italiana.

Giulio Alvigini durante il soggiorno nel capoluogo bruzio si è cimentato in un lavoro avente per soggetto la Residenza stessa. Riflettendo sull’assenza di una piattaforma dedicata a momenti social del progetto, ha costruito e gestito una pagina Instagram dedicata a Bocs Art (consultabile all’indirizzo www.instagram.com/bocsartresidenze). L’idea è di permettere all’istituzione cosentina di disporre di una comunicazione visiva più accattivante, attraverso il famoso social network che consente agli utenti di scattare foto e condividerle sul web. L’artista propone una personale narrazione fatta di giochi di parole, photoshoppaggi e collage sulla residenza artistica e i suoi protagonisti, ipotizzando di affidare tale strumento ai colleghi invitati nelle prossime sessioni. Il memer lascia alla città un’opera legata alla documentazione della pagina social, apparentemente priva di autorialità e che, anche per motivi ecologici, non occupa un eccessivo spazio fisico ma vive principalmente nel mondo della rete. Nasce così Quando devi realizzare un’opera per BoCs Art, supporto in plexiglass recante la frase a caratteri cubitali “GIOVANE ARTISTA ITALANO SEMPLICE”, statement della sua condizione e tormentone riproposto in diversi meme sulla pagina Makeitalianartgreatagain.

Dario Guccio

Dario Guccio, ischitano classe 1988, vive e lavora a Milano dove si forma presso l’Accademia delle Belle arti di Brera, allievo dell’artista Alberto Garutti. In tutta l’attività artistica di Guccio permane una certa attenzione alle qualità formali dell’opera, per cui le sperimentazioni su linea, forma e colore sono sempre alla base del suo linguaggio. Nei lavori iniziali, quasi un omaggio alla corrente spazialista di metà Novecento, ritagli, sovrapposizioni, accostamenti di forme disegnate tentano di decostruire il piano pittorico aprendo a molteplici stratificazioni di visione. E’ il caso di Hammer, Chewingum, Evasion, Destruction, prima personale proposta nel 2015 dalla Galleria Federico Vavassori di Milano, in cui sagome di figure in ecopelle, ancorate alla tela da chiodi e cuciture, aderiscono con una certa bidimensionalità allo sfondo seppure nel tentativo di delineare il proprio profilo. Nel 2016 è tra gli artisti partecipanti alla XVI Quadriennale d’Arte a Palazzo delle Esposizioni di Roma; nello stesso anno è presente con l’esposizione Referendum sull’aeroplano sia nella Galleria milanese che tuttora lo rappresenta sia negli spazi della Room Est Gallery di New York. Il principio del movimento lo porta a ibridare telai e motorini elettrici in ritratti motorizzati roteanti all’infinito, con risultati scenografici che molto devono agli studi di Giacomo Balla sulle linee. L’artista si dedica nel contempo alla scultura proponendo nei lavori in ceramica cotta una visione di micromondi fatti di luci ed energia, scaturita dalla riflessione sul concetto di fallimento del progresso tecnologico. Nello Spazio Armada di Milano cura insieme a Davide Stucchi una mostra dal titolo -1-0-2 (2017) presentando il lavoro dell’artista forlivese Eugenio Barbieri, particolarmente attivo negli anni Settanta tra l’Italia e la Francia. Nell’ultimo anno si dedica al disegno creando storie illustrate in collaborazione con Marco Pio Mucci, anche lui ospite di questa Sessione di Residenza, con il quale presenterà a breve un volume a Parigi.

In Residenza Dario Guccio prosegue la recente sperimentazione sul disegno sfruttando per l’allestimento dell’opera elementi dello spazio abitativo del proprio box. Utilizzando l’armadio come parte integrante del lavoro, l’artista fa in modo che l’osservatore si trovi dinnanzi a un totem ligneo che incornicia e racchiude tre tavole illustrate. Queste, poste l’una sopra l’altra all’interno dell’appendiabiti ad ante aperte, riproducono personaggi e gesti di scambi di energia: figure di ragazzi nell’atto di reggere antichi vasi dalle forme umanoidi vicine all’immagine dell’homunculus. Il termine, molto diffuso nella tradizione letteraria ottocentesca, identifica una leggendaria forma di vita creata attraverso pratiche alchemiche dalle fattezze identiche all’ essere umano ma di piccole dimensioni.

Gabriele Arruzzo

Gabriele Arruzzo nasce a Roma nel 1976. All’età di cinque anni si trasferisce con la famiglia a Pesaro, qui frequenta il Liceo Scientifico che lascerà per iscriversi alla sezione di Grafica Pubblicitaria alla Scuola del Libro di Urbino. La sua formazione prosegue all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dove si diploma in Pittura nel 2003 e tre anni dopo consegue il Diploma Specialistico in Pittura. Dal 2008 è docente all’Accademia urbinate, titolare per l’anno accademico in corso della cattedra di Decorazione. Le sue opere, attentamente calcolate e progettate al computer, sono il risultato di una lunga genesi in cui l’artista si immerge totalmente nell’attività pittorica. Si tratta di articolate creazioni visive che si avvalgono di diverse fonti e immagini estrapolate da ambiti diversi e poi isolate, tagliate, assemblate, modificate in un prodotto finale fatto di contaminazioni. Le tele di Arruzzo, realizzate con smalti acrilici capaci di suggerire una sensazione tattile della pittura, appaiono come costruzioni complesse riflesso dell’atto del dipingere stesso e luogo in cui l’artista può specchiarsi. Il ciclo di opere presentato in Apocalisse con figure (Galleria Giuseppe Pero, Milano, 2015) appare legato a una retorica sull’utilizzo delle immagini nel contesto religioso e al potere di queste durante lo scontro geopolitico tra pensiero occidentale e islamico. Arcadia è invece il titolo della personale del 2017 presso la Galleria d’arte contemporanea Alberto Peola di Torino, frutto di un anno e mezzo di attività, in cui Arruzzo si confronta con la pittura di genere minore legata ad ambientazioni bucoliche e immaginativi paesaggi mentali. Negli ultimi mesi l’arista si sta dedicando a un discorso sulla pittura stessa rappresentando nello spazio geometrico della tela grandi figure intente nel dipingere. Dal 2004 espone in gallerie private e in spazi pubblici italiani ed esteri; ha partecipato inoltre alla Residenza multidisciplinare indetta nel 2013 da The Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Tra i solo show ricordiamo Compendium, MAC, Lissone (MB), 2014; tra le collettive si menziona Reazione a catena, differenti vie della pittura, 1/9 unosunove arte contemporanea, Roma, 2018.

Proponendo un lavoro simile nell’impianto compositivo alle opere aventi per soggetto individui nell’atto di dipingere, a Cosenza Gabriele Arruzzo si rapporta in modo diretto con il territorio realizzando un’opera ispirata alla dottrina dell’abate Gioacchino da Fiore, nato a Celico nel 1130 circa. Nel dipinto è evidente il riferimento al Liber Figurarum (Il Libro delle Figure), capolavoro della letteratura figurale del Medioevo, citato come opera gioachimita nella Cronica di Salimbene de Adam da Parma (XIII secolo). Il personaggio raffigurato è un pensatore in abiti borghesi ritratto in un momento di grande concentrazione, mentre pone il suo sguardo su una figura composta da tre cerchi intersecati a vicenda e inanellati a spirale. Tale composizione geometrica è presente in una tavola illustrata del Liber Figurarum come simbolo della storia umana suddivisa in tre Età (l’età del Padre, l’età del Figlio, l’età dello Spirito Santo) secondo la  teologia trinitaria del monaco calabrese. I tre cerchi sono indicati da una mano esterna allo spazio geometrico che, posta in diagonale in alto a destra, guida l’occhio dell’osservatore verso il punto più significativo di tutto il dipinto.

Luca Matti

Classe 1964, Luca Matti è un pittore e scultore autodidatta. Nonostante la viva passione per il disegno, si avvicina al mondo dell’arte solo alla maggiore età.  Inizia, infatti, negli anni 80, a collaborare come illustratore e fumettista con varie fanzine, ma anche con importanti case editrici e agenzie pubblicitarie.  Dopo un viaggio a Parigi, decide di dedicarsi alla pittura, ricercando una più intensa libertà espressiva che lo conduce alla scultura. Lontano dai confini accademici, si muove da infatuazione a infatuazione, studiando l’impressionismo, l’espressionismo tedesco, il futurismo: rivelazioni artistiche essenziali per il percorso dell’artista. Il suo lavoro, fondato su tematiche legate alla relazione dell’uomo con la città, è un insieme di indagini: disegno, incisione, pittura, video animazione si mescolano e contaminano tra di loro, scrivendo racconti e suggestioni. L’assenza del colore è un suo segno distintivo. Il bianco e il nero caratterizzano le particolari geometrie. Le sue città sono fatte di parallelepipedi fittissimi che sembrano rappresentare la detenzione dell’uomo moderno che è spesso raffigurato privo del suo aspetto antropico.

Ha partecipato a numerose mostre in Italia e all’Estero, lavorando per moltissimi anni per la Galleria di Arte Contemporanea Frittelli di Firenze. Tra le sue ultime esposizioni: Spazio Traccia, a cura di Leonardo Moretti, SACI Gallery, Firenze;  Milleduecentosessantuno, Galleria ZetaEffe, Firenze;  Alternative- incontri con la video arte, a cura di Leonardo Moretti, Serena Becagli, Andrea Lemmi e Federico Gori, Biblioteca Comunale di Lastra a Signa;  Declinazione Scultura, a cura di Sergio Tossi, Atelier Dimensione Verde, Bagno a Ripoli, Firenze; Arte e Tecnologia: Arte Italiana Contemporanea, organizzazione Qiu Yi, Associazione di arte e cultura contemporanea Cina Italia, a cura di Riccardo Farinelli, Museo di Lan Wan, Qingdao, Cina;  Spettri del visibile, Studio MDT, Prato; Arte Genova, stand Gattafame Art Gallery, Genova.

Nei giorni di residenza, Luca Matti realizza l’opera Cosenza Novel, un acrilico su tela, che entra in relazione con il fumetto e il particolar modo con il Festival del Fumetto, evento caratterizzante della città. Quadro/striscia racconta l’esperienza dell’artista nel centro di Cosenza. Matti descrive la visione della città che ha vissuto e sentito: ne contesta la cementificazione, il consumo di un territorio che si espande e lascia sempre meno spazio all’uomo e alla natura, dichiarando un ipotetico e inquietante futuro. Il ponte di Calatrava, come elemento architettonico che in questo momento caratterizza la città, ricollega Cosenza con la sua anima ancestrale: il lupo che riporta alle radici della Calabria e alla memoria primitiva dell’uomo. Il racconto, da leggere in senso orario, è una spirale di denuncia sociale e artistica, che vede al centro di essa l’individuo, la somma degli elementi architettonici, vittima di questa cementificazione.

Marco Pace

Marco Pace nasce nell’agosto del 1977 a Lanciano (Chieti) dove frequenta l’Istituto Statale d’Arte. Si forma presso l’Accademia delle Belle arti di Firenze,  allievo del maestro Gustavo Giulietti il cui percorso artistico ha vivacizzato la cultura figurativa italiana. Disegnatore di professione, collabora da anni per l’artista Gianni Pettena, per conto del quale, dal 2007, esamina la realizzazione di tutte le installazioni, e per la Galleria Giovanni Bonelli di Milano. Durante gli anni di studio lavora come pittore di scena nel mondo del teatro, del cinema, e realizza la scenografia di  alcune serie televisive.

Illustratore e fumettista, Marco Pace porta parallelamente avanti la sua ricerca pittorica che egli stesso definisce catartica. Il suo lavoro si incentra sul concetto di abitazione come ricerca di intimità, di luoghi in cui ci si possa fermare a progettare la propria vita. Nei suoi dipinti sono rappresentati interni d’architetture e panorami dall’entità primordiale, abitati da figure lontane dal contesto moderno, e da citazioni provenienti dal dibattito artistico contemporaneo. La presenza di queste figure, proposte in ambienti ad esse estranei, crea una disparità che confonde lo spettatore.

Nel giugno 2018, partecipa con Gianni Pettena all’importante progetto Photology AIR (Art In Ruins) promosso da Photology, galleria specializzata in fotografia fondata nel 1992 a Milano. Il progetto, realizzato nella città di Noto, prevede l’ Art Trail, un itinerario immerso nella natura in cui vengono esposte, ogni anno, installazioni realizzate da artisti invitati in residenza.

Durante i giorni di permanenza ai BoCs Art, realizza una lode ad Angelo Fasano, poeta e attivista culturale cosentino, tragicamente scomparso nel 1992,  che fondò con Franco Dionesalvi e Raffaele De Luca la rivista di poesia Inonija.

L’opera, composta da un trittico di disegni a china e una scultura/installazione, che  prende il titolo Andromeda – omaggio ad Angelo Fasano , accompagna la performance dell’artista: una lettura di poesie dello scrittore cosentino e dell’introduzione del libro Il profumo del tempo di Byung-Chul Han, filosofo coreano, mettendo a fuoco una riflessione sulla necessità di fermarsi.

L’opera, legata al concetto della riappropriazione del tempo, vede l’autore stesso in cerca di un suo ambiente recondito: la scultura diventa una “cuccia”, un pensatoio intimo e raccolto dove avviene la lettura. Ogni disegno riproduce una poesia di Fasano, ispirato liberamente ai versi di Dialogo al Fiore, Rivoluzione e Andromeda, trilogia del ciclo di Andromeda.

Rebecca Agnes

Nata a Pavia nel Febbraio del 1978, Rebecca Agnes si diploma nel 2001 all’Accademia di Belle Arti di Milano. Berlinese d’adozione, definisce l’arte un linguaggio, un mezzo con la quale mettere in discussione il tangibile. Il suo lavoro, di matrice concettuale, riguarda il rapporto tra narrazione e reale e l’importanza del racconto.  Realizza una serie di opere in collaborazione con altre persone, ricercando indagini e riflessioni diverse, al fine di conseguire una lettura del reale. Questi lavori collettivi possono essere veri e propri workshop di disegno ma anche singole opere, che Rebecca Agnes chiede di creare a gente comune o del settore. Il disegno che viene realizzato, viene successivamente ricamato dall’artista che si appropria così del segno di altri individui.

Tema che affronta inoltre negli ultimi anni è l’inesistenza dei luoghi nelle città: nel continuo mutamento di esse, cosa viene realmente mantenuto? Chi e perché decide questi cambiamenti? Quali sono le dinamiche politiche o sociali che determinano questa trasformazione? In quest’ottica realizza, nel 2010, l’installazione Luoghi che non esistono più:  la ricostruzione di alcuni spazi milanesi che sono stati un punto d’incontro di una  generazione e di una distinta scena alternativa della città. Di fianco ai modelli era presente una selezione di dichiarazioni, ricordi o brevi interviste, delle persone che hanno vissuto questi luoghi, in numero sufficiente reperiti in internet tramite blog o social forum. Una specie di mappatura di una città che non esiste se non nei ricordi di alcuni. Mutamento che riscontra anche nella frenetica Berlino dove realizza una serie di opere legate dal filo rosso del cambiamento. Tra le sue più recenti esposizioni: RAID Corleone, coordinato da FatStudio, Corleone, Sicilia; F[R]Iction In Between [虛構] 之間, a cura di Kristina Semenova e Fu Ya-Wen, Werkschauhalle – Leipziger Baumwollspinnerei, Leipzig, Germania; Altrove, Spazio Ferramenta, Fo.To – Fotografi A Torino, Torino; Passaggi D’acqua, a cura di Lucilla Saccà con Mario Gorni, Acquario Civico di Milano; Passaggi D’acqua, a cura di Lucilla Saccà con Mario Gorni, Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze; Maya Veil,  a cura di Cristiano Cesolari e Peninsula e.V. in collaborazione con Vorspiel/Transmediale & CTM. Berlino.

Rebecca Agnes realizza nei giorni di residenza ai Bocs l’opera Quando i dinosauri (non) avevano le piume. Chiede agli artisti in residenza, così come ai curatori e agli addetti ai lavori, di disegnare per lei su stoffa un dinosauro. L’idea è quella di far raffigurare alle persone l’immagine che hanno del primitivo animale: colleziona così una serie di disegni che sono stati successivamente cuciti dall’artista, aggiungendo la frase che caratterizza il titolo. Il lavoro cerca di mostrare come  il nostro set di conoscenze sia fallace e da rileggere. Quando i dinosauri (non) avevano le piume perché, in seguito ad alcuni ritrovamenti in Cina, si sviluppa la rivelazione che avallerebbe le tante teorie circolate nel corso degli anni, secondo cui i dinosauri non erano dei temibili Godzilla, dei lucertoloni, ma dei veri e propri “polli giganti” dalle piume variopinte.

Nonostante questo, l’aspetto del dinosauro è rimasto ormai classico e obsoleto, tanto da essere riprodotto da tutti in maniera analoga.

Sarà davvero difficile sostituire l’idea che abbiamo sempre avuto dei dinosauri, quelli che abbiamo trovato raffigurati nei libri di storia, nei film in costume prima e in quelli fatti con la computer grafica poi?

Karin Andersen

Nata nel 1966 a Burghausen, Germania, Karin Andersen studia all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Consegue inoltre, nel 1991, il diploma della scuola bolognese del fumetto alla Nuova Eloisa.  Fonda un collettivo e una galleria autogestista che le permette di collaborare con numerosi artisti.  Nei suoi lavori troviamo una determinata disposizione al teriomorfismo, cioè alla fusione tra uomo e animale, e di conseguenza ad una definitiva messa in crisi dell’antropocentrismo. Contribuisce agli studi del teorico Roberto Marchesini, con la quale pubblica nel 2003 il libro “Animal Appeal: uno studio sul teriomorfismo”. Un testo di indagine che tratta proprio il rapporto con gli animali e il debito che l’uomo ha verso di essi, non solo a livello materiale, ma anche culturale, mostrando quanto tutta la cultura artistica sia legata ad una serie di strumenti, di conoscenze, e ad un ampio dizionario di modelli, che provengono proprio dal mondo animale.

Per Karin Andersen, l’idea del contagio e dell’ibridazione, è una sorta di esercizio intellettivo che le permette  di aprire nuovi orizzonti, di conoscere nuovi mondi possibili.

Fra le sue ultime mostre personali: Le api industriose, a cura di Lorena Matic, Galleria Comunale di Arte Contemporanea, Monfalcone; Nous AUTRES, Studi teriografici sul divenire, a cura di Claudia Attimonelli e Vincenzo Valentino Susca, Traffic Gallery, Bergamo; Studi di fisiognomica amorale, Artefiera, Bologna (Traffic Gallery, Bergamo); Hollow Nature, Flash Art Event, Palazzo del Ghiaccio, Milano (con Galleria Opere Scelte, Torino /Studio Cannaviello, Milano).

Licantropia Consentia è la rielaborazione personale dell’artista riguardante la storia e la cultura della città di Cosenza. Il progetto, realizzato nei giorni di residenza ai BoCs Art, è una sintesi di due elementi: il lupo, animale-simbolo della città, e la genesi del nome di questa, che rinvia al consenso che ha portato alla fondazione di una comunità, l’antica Consentia. La figura del lupo accompagna l’artista verso lo studio della licantropia, fenomeno tradizionalmente associato alla paura di perdere il proprio aspetto umano attraverso l’assalto e il contagio da parte di un’alterità terrificante e patologica. Nell’opera, Karin Andersen rovescia tale principio, elaborando un’idea di “consenso di contaminazione”. Un contagio metaforico,  che si concentra sull’idea dell’accoglienza, della contaminazione come vantaggio di crescita e potenziale culturale, sociale o scientifico. Il “virus” della diversità viene così riadattato  e personalizzato, evidenziando i molteplici aspetti dell’avvelenamento.  Nasce quindi una comunità simbolica: individui arricchiti da una nuova diversità. E’ utile sottolineare come la metafora dell’accoglienza del diverso riveste nell’artista una particolare importanza in questo momento storico e culturale.

Gabriele Picco

Gabriele Picco, nasce a Brescia nel 1974. Si laurea in Lettere Moderne, con indirizzo Storia dell’Arte, all’Università Statale di Milano. Artista visivo e scrittore, espone in spazi pubblici e privati, ​​in Italia e all’estero. Alcune delle sue opere sono nella collezione del MoMa, a New York, dove vive per alcuni anni. Nel 2002 pubblica il suo primo romanzo Aureole in cerca di santi. Durante il suo soggiorno a New York, scrive il suo secondo racconto, Cosa ti cade dagli occhi, pubblicato da Mondadori nel 2010,  vincitore del premio Viadana Giovani 2011. Il disegno è una sua costante: di getto, rapido, quasi infantile. Assembla, inoltre, oggetti  e materiali inconsueti per dare vite a nuove forme scultore: nell’ambito dell’iniziativa Meccaniche della Meraviglia, a Brescia, realizza Frank il fachiro, una maestosa scultura. Franck è un misterioso uomo, lungo 16 metri, che sembra di pietra, adagiato su un letto di metaforici chiodi sostituiti da ben 57mila veri coni gelato. Un opera onirica che rende “piccolo” lo spettatore, facendolo tornare, anche se per pochi attimi, bambino. L’opera, già tradotta su carta anni prima, è stata realizzata in poco più di un mese. Gabriele Picco è un artista che racconta un mondo nascosto dove la realtà viene capovolta, i significati si mescolano e si scambiano attraverso l’ironia dell’artista, capace di creare una poetica illusione.

Tra le sue più recenti esposizioni collettive: Art Basel Hong Kong , galleria Francesca Minini, FESTIVAL DEL PAESAGGIO, Chiostro di S. Nicola, Anacapri, a cura di Arianna Rosica e Gianluca Riccio; TO BID OR NOT TO BID, galleria Thomas Brambilla, Bergamo ; LA TEORIA DELLE NUVOLE, Galleria Marcolini, Forlì.

Durante i giorni di residenza, Gabriele Picco realizza un’opera legata alla nostra regione, giocando sull’importanza che ha il cibo in Italia, in particolar modo al Sud. Ha quindi trasformato delle confezioni di pasta fileja, prodotto tipico della città che ha ospitato l’artista, in lingotti d’oro, impilandoli così come viene fatto nei caveau delle banche. L’opera, celebrativa del territorio, è costituita da circa 140 confezioni di pasta.

Elisa Mossa

Elisa Mossa nasce il 25 agosto del 1989 ad Urbino. Studia Cinema ed Animazione Sperimentale e si laurea all’Accademia delle Belle arti, specializzandosi in Arte Contemporanea. Disegnatrice di formazione, dona un corpo nello spazio al disegno, allontanandosi dal fumetto e dall’illustrazione. Lavora su carta e stoffa, realizzando  installazioni che riescano ad esprimere il movimento.  Anche quando disegna un’immagine statica, cerca di fermare con un frame quello che potrebbe essere per lei il movimento, la deformazione naturale che esso dona ai corpi. Lavora con la grafite devolvendo con il nero la profondità del segno, elemento determinante della sua ricerca. Legata alle memorie che la sua città natale le tramanda, Elisa Mossa si interessa del concetto di ritualità:  l’animazione, il fotogramma, non è altro che un segno, un consueto gesto con la quale l’artista racconta il “rituale” della quotidianità, la ciclicità della vita.

Realizza inoltre sculture di ceramiche utilizzando pigmenti terrosi mischiati al carbone : il disegno prende così corpo, si rinnova e conquista vita propria.

Tra le sue ultime esperienze lavorative, vi è la considerevole  collaborazione come disegnatrice per il cinema con il disegnatore Simone Massi e con il regista Stefano Savona per l’esecuzione di “La strada dei Samouni” un lungometraggio video e di cinema d’animazione vincitore dell’Oeil d’Or al Festival del Cinema di Cannes 2018 e in preselezione agli Oscar 2018.

Durante i giorni di residenza, realizza un opera connessa all’etimologia della parola Consentia/Consenso attraverso la ricerca di alcuni elementi di cronaca legati anch’essi al concetto di “ritualità”. Utilizza la carta da forno, facilmente modulabile, che le consente di portare il segno nello spazio, valorizzando la traccia della grafite. Nella composizione ritrae delle donne, delle figure che accennano un saluto, un gesto: alzano la mano quasi volessero dare un “benestare”. Le donne sono in realtà lo specchio dell’artista, che viene accolta non solo dalla città ma anche dalla sua natura che non conosce, che osserva e da cui viene osservata.

Cristina Gardumi

Cristina Gardumi (Gavardo, 1978) è un’attrice, performer e artista visiva, diplomata in pittura, presso l’Accademia di Belle Arti G.B. Cignaroli di Verona, e  recitazione, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico a Roma. Vincitrice del premio Celeste 2011 e dell’Arte Laguna Prize 2012 per la categoria di pittura, la sua ricerca spazia dall’illustrazione all’animazione: è fatta di segni, tagli, inchiostri, dove l’animale si mescola con l’uomo, assumendone l’aspetto. L’artista disegna di getto, quasi come se fosse un atto purificatorio, privo di ripensamenti: una volta abbozzato il segno, questo resta inciso, immortale, impregnandosi dell’incertezza della mano, di ogni sbaglio, di ogni traccia. Accettandolo per quello che è. I suoi personaggi parlano di alcune tematiche che emergono nel momento in cui vengono creati. Utilizza un linguaggio che cerca di aggirare i filtri che di solito la gente ha nel pensare ad alcuni argomenti, quali il sesso o la morte, in modo da raggiungere e creare una sorta di perturbamento.

Impiega supporti delicati e alterabili, esposti al caso: i segni del tempo si mescolano così alla sua traccia grafica. E’ la carta a stimolare la sua immaginazione, per il rapporto fisico che riesce a creare con essa.

Collabora con vari autori e registi illustrando le loro opere in scena , Alla luce, Il Nullafacente, Leonardo Da Vinci, l’opera nascosta e La Prossima Stagione di Michele Santeramo, quest’ultimo decretato uno dei migliori spettacoli messi in scena in Brasile nel 2017,  e sulla carta, il romanzo di Andrea Porcheddu Infedele alla linea con prefazione di Ascanio Celestini, edito nel 2015 da Maschietto Editore. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Tra le sue ultime esposizioni personali: Her/Herr, a cura di Alessandra Ioalè, Burning Giraffe Art Gallery, Torino, e Food of love/food of larvae (current exhibition) Gardumi/Balletti,  a cura di Antonio Calbi, Teatro India, Roma, entrambe del 2018.

Cristina Gardumi realizza, a Cosenza, Erbario #1 #2 #3 #4, un opera composta da quattro disegni e un file audio dal titolo De Rerum Natura, conversazione che l’artista ha avuto con donne del luogo, riguardo ai grandi temi della bestialità, del rapporto con le bestie, della rappresentazioni degli animali nel mondo dell’arte. L’intenzione è quella di realizzare un microcosmo costituito da una scenografia murale di carta da parati autoprodotta che rappresenta un insieme di erbe, fiori, molti dei quali sono stati inspirati dalla stagione e dal contesto in cui si trova. Protagonisti dell’opera sono gli attori zoomorfi,  caratteristici del suo percorso artistico,  che seguono delle storie indecifrabili che ognuno può trarre osservando senza avere esattamente una successione degli episodi. Filo conduttore è la sessualità femminile e in particolare modo il mito di Persefone e quindi la successione delle stagioni. La figura mitologica, secondo Cristina Gardumi,  rappresenta al meglio il suo concetto di femminilità: un insieme di mistero e possibilità inespresse che devono ancora trovare una loro strada per venire fuori nel mondo di oggi. I suoi personaggi fiabeschi vogliono quindi aiutare l’artista a capire la relazione tra la contemporaneità e l’essere donna, la gestione del corpo, la sessualità.

Danilo Sciorilli

Nato ad Atessa (BA) nel febbraio del 1992, Danilo Sciorilli vive e lavora a Torino. Si forma presso l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, specializzandosi in Arti Visive Contemporanee. Utilizza la tecnica dell’animazione video, fondata sulla preparazione di visioni poetiche che hanno, su carta, il loro punto inevitabile di forza autobiografica. In tutto il suo lavoro tratta il concetto della fine, della morte, della probabilità della vita eterna. Sciorilli descrive l’arte come un luogo, un mondo in cui riesce a far accadere ciò che vuole, proponendo immagini di se all’infinito. Proclama con l’arte la sua immortalità, nelle sue  innumerevoli versioni. Spesso lo ritroviamo in nuove vesti,  interpretando personaggi realmente esistiti o nati dalla sua immaginazione, oltrepassando quindi il limite tra illusione e realtà, tra arte e vita, ma soprattutto giocando con il concetto di finzione. Accade così che un oggetto reale interagisce con il video, il disegno: un unicum di incastro che caratterizza il suo percorso.

Ha esposto in numerose mostre collettive, tra le quali: Saldi d’artista e Game Over di Giuseppe Stampone; Musiche da naufragio a cura di Valentina Tebala; Fuori Uso – Avviso di Garanzia a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Simone Ciglia.

Not yet raging bull ( Toro non ancora scatenato) è l’opera che Sciorilli dona alla città di Cosenza. Il progetto nasce dall’assonanza della parola “Bocs”, ispirandosi ad un film sulla vita di Jake LaMotta, pugile statunitense,  interpretato da De Niro e diretto da Martin Scorsese (1980). L’artista, attratto dai titoli di coda, descrive questo momento, così trascurato nei cinema, come l’ultimo istante della vita dell’uomo sulla terra. Accompagnato dall’ossessione dell’essere felice, Sciorilli spera che questo avvenga fino all’ultimo suo ”respiro”: se lo farà, la morte catturerà quell’attimo, donandogli un eterno momento di piacere. Filo rosso del suo lavoro, il senso dell’ultimo è in realtà sospeso: mettendo in  loop i titoli di coda, rassicura lo spettatore ignaro di ciò che avviene dopo la morte. Congela il momento, illudendosi di una serenità perpetua. Utilizza, ancora, le immagini e i titoli di testa, mischiandoli con i titoli di coda, raccontando l’eterno concetto di inizio/fine, immaginario comune della morte. Anche in quest’opera, non troviamo il distacco tra arte e vita, descritta dall’artista come un immenso spettacolo teatrale dove gli oggetti di scena sono bensì reali. Per questo, nei titoli compaiono nomi di  gente comune: genitori, amici, artisti e addetti ai lavori conosciuti nei giorni di residenza.

Mostra la proiezione finale della sua vita: un ring dove si combatte il più grande avversario, il destino contro cui ci scontriamo ogni giorno.

Danilo Sciorilli omaggia inoltre il padre, il suo “toro (non) scatenato” che ha vinto la più grandi delle battaglie.

 

Gli artisti e i curatori

Sessione V (27 Agosto – 8 Settembre)

Residenza Artistica particolarmente significativa, in quanto avvia un importante gemellaggio tra Cosenza e la città di Kutaisi, in Georgia. Conosciamo gli artsiti all’opera nei BoCs Art

 

Note biografiche

a cura di Natalia Pataridze

Guga Margvelashvili

Gas always been special with his love towards the art, in 2015 he came to Youth Center Drawing School, participated in Internarional Festival of Rimini, Italy, Drawing contest in Bulgary where he got the first place. Right now, he successfully continues studing in Youth Center Drawing School.

Luka Gigauri (Autobiografia)

Was born in 02.12.2003 Kutaisi, Georgia. From 2008 year I am a pupil of Kutaisi Niko Nikoladze school lyceum, grade 10. Since 2015 year I go to Kutaisi Youth Centre Painting School. In 2015 have participated in “world, Art and Sea Festival” (Bulgaria) and in a painting contest took 2-nd place, also had exhibition within the festival (Certificate). In 2016 have participated in “Calella Grand Festival” “ALEGRIA” Spain” and had exhibition within the festival (Certificate). Also had exhibitions in Georgia, Tbilisi and Kutaisi within the program of Painting School. I can speak English, Russian and Georgian languages.

Natalia Miqava

Has finished Drawing Academy of Tbilisi. Participated in several respublical art shows, is member of drawing community, has been successfully teaching drawing to the new generation for years. Her is a teacher in Youth Center Drawing School.

Natia Bukhrashvili

Gas always been special with his love towards the art, in 2015 he came to Youth Center Drawing School, participated in Internarional Festival of Rimini, Italy and Barcelona, Spain. Drawing contest in Bulgary where he got the first place. Right now, he successfully continues studing in Youth Center Drawing School.

Noe Miqava

Has finished Drawing Academy of Tbilisi. Participated in several respublical art shows, is member of drawing community, has been successfully teaching drawing to the new generation for years. Her is a teacher in Youth Center Drawing School.

Tamta Kvarastkhelia

Gas always been special with his love towards the art, in 2015 he came to Youth Center Drawing School, participated in Internarional Festival of Rimini, Italy. Barcelona, Spain. Prague, Czechia and Vienna, Austria. Right now, he successfully continues studing in Youth Center Drawing School.

 

Gli artisti e le opere

 

 

Sessione IV (16 Luglio – 2 Agosto)

Continua la promozione del progetto di residenza artistica BoCs Art del Comune di Cosenza,  che si sviluppa nel complesso di architettura contemporanea voluto dal Sindaco Mario Occhiuto e curato, dall’aprile 2018, da Giacinto Di Pietrantonio che ha inteso chiamare l’intero ciclo delle residenze a lui affidato ‘La Città del Sole’, in omaggio alla visionarietà utopica di Tommaso Campanella all’interno della rigenerazione urbana di cui fa parte il progetto BoCs Art“.

 

Quella in corso (dal 16 luglio al 2 agosto 2018) è la seconda residenza firmata  Di Pietrantonio per la quale  lo stesso ha incaricato quattro curatori (Roberta Aureli, Simone Ciglia, Caterina Molteni, Alberta Romano).

Le scelte curatoriali si sono orientate verso la generazione artistica emergente in Italia e all’estero, nata fra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicasto e Donata Bilotto

Alberta Romano

Pescarese, classe 1991, Alberta Romano è una giovane Curatrice indipendente, con già diverse mostre all’attivo, tra cui Exhibition of the year 2016, tenutasi presso t-space, un noto spazio espositivo d iMilano.Studia Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma e approfondisce la sua formazione in un primo momento presso la Instambul Bilgi Univerity e successivamente all’Accademia di Brera, specializzandosi in Pratiche Curatoriali. Consegue inoltre il master Campo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e collabora con la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, occupandosi essenzialmente della collezione d’arte contemporanea. Coopera inoltre con la galleria d’arte Chertludde di Berlino, promuovendo i giovani artisti italiani e i loro progetti.

Invita nella città di Cosenza: Giulio Scalisi, Luca Loreti, Alessandro Vizzini e il duo composto da Niccolò Benetton e Simone Santilli, in arte The Cool Couple. Ad accomunare le loro ricerche una particolare attenzione per il contenuto dei loro lavori e soprattutto per gli aspetti storici, culturali e politici della società contemporanea.

Alessandra Calò

Alessandra Calò nasce a Castellaneta,Taranto,il 16 Dicembre 1977. Fotografa autodidatta,si dedica alle arti visive nel 2005, sperimentando sin dall’inizio della sua produzione l’impiego di nuovi idiomi che le permettono di esaminare i temi legati al ricordo, all’identità e all’ espressione stessa della fotografia. Utilizza materiale d’archivio, foto trovate “per caso”, che vengono rielaborate, modificandone il senso o donando nuova vita. Fa sua la tecnica della doppia esposizione che le consente di creare nuove figurazioni attraverso la sovrapposizione di più immagini. Specializzata in tecniche antiche di stampa, unisce il digitale alle tecniche d’esordio dell’arte grafica, tramite l’utilizzo di acidi ed elementi materici come il vetro o il cristallo. Ha partecipato a mostre ed eventi in Italia e all’Estero e alcune sue opere sono state pubblicate su interessanti riviste qualificate. Vincitrice del Premio Editoriale Tribewnell’ambito di Circulations 2018, si classifica seconda nel Prix Foto Master lclass con il progetto Kochan,in seguito acquisito dalla Saatchi Gallery di Londra. Grazie al progetto Les Inconnues consegue la Menzione d’onore all’Ipa International Photografic Award 2017: il lavoro citato non è altro che un’inchiesta sugli stereotipici comuni e culturali, sulla percezione di identità e sul trascorrere del tempo che condiziona e rappresenta la nostra società.

L’artista offre alla città un erbario, simbolo della sua indagine percorsa nei giorni di residenza ai BoCs. L’opera nasce da un’intenta analisi del luogo e dei suoi abitanti. Nei giorni trascorsi a Cosenza, Alessandra Calò ha realizzato una mappa del territorio e, prendendo suggerimento dalle semplici azioni delle persone che ha incrociato, ha deciso di adoperare materiali recuperati sul posto in accostamento alle sue conoscenze della fotografia. Attraverso il procedimento della Calotipia e quindi il contatto diretto di foglie e fiori su carta da pane emulsionata, stampa una raccolta di erbe provenienti nell’aria che circonda le strutture dei BoCs. Malva, cardo mariano, tarassaco, elicriso sono alcune delle varietà presenti nell’erbario. Esse vivono ai margini della società vegetale per pregiudizio e scarsa conoscenza da parte dell’uomo delle loro proprietà benefiche.

Alessandro Di Pietro

Alessandro Di Pietro (Messina, 1987) si forma tra Como e Milano dove, terminati gli studi in Grafica d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e opera. Dal 2016 la sua ricerca si concentra sulla stesura di una quadrilogia espositivo-narrativa in cui realizza ambienti installativi, sviluppati dall’artista quasi come location cinematografiche, strettamente funzionali alla definizione del profilo psicologico dei personaggi fittizi che dovranno abitarli. La serie è formata da un prequel, uno studio sul protagonista e un approfondimento sul suo fantasma interiore presentati in: Tomb Writer (solve et coagula), Residenza Casarotto, Bergamo 2016; Downgrade Vampire, FuturDome, Milano 2016; Towards Orion – Stories from the backseat, La Plage, Parigi 2017. Durante la CY Twobly Fellowship 2017-2018, residenza indetta dall’American Academy di Roma, Di Pietro ha lavorato all’ultimo capitolo del suo ciclo progettuale conclusosi con Felix (2018), solo show presso lo spazio Marsèlleria di Milano. A Dicembre presenterà al Raum di Bologna una performance a cura di Xing, organizzazione culturale particolarmente attenta ai nuovi linguaggi della contemporaneità. Tra le collettive più recenti: Figure di spago- Pratiche narrative, Fondazione Baruchello, Roma 2018; Thast’it, MAMBO – Museo d’Arte Moderna, Bologna 2018; Marsélleria New York Screenings, Marsèlleria, New York 2018.

Nell’installazione realizzata da Alessandro Di Pietro per i BoCs Art la dimensione narrativa lascia spazio all’immaginazione per raccontarsi. La creazione appartiene, infatti, a una serie di opere concepite come capsule del tempo, strumenti storicamente ideati dall’uomo per comunicare in modo unidirezionale tra diverse ere.L’artista ipotizza un’epoca futura abitata da piccole fiammelle, nuove entità sopraggiunte agli umani estinti, la cui natura è tracciata in un manoscritto inciso. Il “reperto”,destinato alla trasmissione dei retaggi culturali ai posteri, appare però sfornito del suo involucro esterno, di cui è riconoscibile solamente la struttura composta da elementi in metallo e piccole maniglie laterali.

Alessandro Vizzini

Nasce a Cagliari, nel 1985. Si forma presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, specializzandosi in Scenografia. La sua ricerca è fondata sulla relazione con il tempo. Avvia un dialogo diretto con i processi temporali, sperimentando sulla materia e realizzando lavori organici predominanti. Svolge inoltre un’indagine personale legata al concetto di memoria, quale natura dell’immagine come fonte primordiale. Partendo da un ricordo personale, una strada che percorreva da bambino per tornare a casa, l’immagine diventa matrice e si sviluppa sull’osservazione del paesaggio. Tra le sue ultime mostre: ISLAND, Montecristo project, location segreta, Sardegna; One Missing Sock After Doing Laundry, Glasgow UK; Ortica, Frutta, Roma; Time MomentumJornal, web project; Straperetana, Pereto; I scream you scream weall scream for ice cream, Fondazione Baruchello, Roma; La più geniale tra le maschere, America Academy in Rome, Roma; Trigger Party 3, Marselleria, Milano.

Alessandro Vizzini realizza un “paesaggio ideale” nato dalle suggestioni avute dal territorio. Frammenti di carene trovati, piccole sculture modellate a mano e particolari sagome sono pensate per poter rappresentare degli oggetti alla deriva, metafora sull’evoluzione della scienza, che nel frattempo attendono,rimanendo sospesi nella composizione di un paesaggio avvistato all’orizzonte, quasi come un miraggio.

Alice Visentin

Nasce nel 1993 a Torino. Si diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti, dove ha la possibilità di far parte della classe di Marco Cingolani. La pratica pittorica è per l’artista un esercizio utile al miglioramento e all’evoluzione, capace di offrirle nel contempo serenità e astrazione dalla vita quotidiana. I suoi lavori sono caratterizzati dall’utilizzo di vivaci cromie e dalla presenza di piatte figure umane, dai visi evanescenti e dai tratti somatici essenziali, ritratte in diverse attività o pose. Siano essi musici, danzatori o dame riccamente abbigliate e con grandi capelli, tutti i personaggi si fondono e confondo tra i fiori, gli animali e le campiture geometriche che invadono i fondali. La sua Prima Persona Singolare tenutasi negli spazi di Tile Project Space di Milano risale al 2017. Lo stesso anno partecipa all’esposizione collettive Artagon III, al The international encounter of art schools di Parigi, e fa da assistente all’artista egiziana Anna Boghiguian presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Torino. Di recente ha preso parte a L’isola portatile alla galleria ADA di Roma (2018) e a breve esporrà in una collettiva al Basis Showroom di Francoforte. Insieme ad altri sei artisti è tra i fondatori di Spazio Buonasera, artist-runspace torinese che dal 2016 organizza mostre autofinanziate.

Per i BoCs Art Alice Visentin ha deciso di produrre un lavoro di “riduzione”, optando per un formato molto più piccolo di quello usato abitualmente e per la stesura di un unico colore: il blu di Prussia. I soggetti del suo mondo dipinto fanno riferimento ai versidi un componimento del poeta Walter Whitman, in cui si parla di gioventù, allegria conviviale e piaceri della vita. I personaggi vengono impressi sulla tela come spettatori nell’atto simbolico di assistere alla pratica pittorica dell’artista, in cui confluiscono in una sorta di abbraccio universale eros, natura e religione.
A fare da cornice a questa fraterna e amorosa unione tra corpi e animeun insieme di elementi decorativi, disposti sulla superficie pittorica in modo tale da ampliare l’esperienza visiva dell’osservatore.

Apparatus 22

Erika Olea, Maria Farcas, Dragos Olea e IonaNemes (1979 -2011) fondano nel gennaio del 2011 a Bucarest, in Romania, il collettivo artistico Apparatus 22: si autodefiniscono visionari, ricercatori, attivisti poetici, interessati alla ricerca degli intrecciati rapporti tra economia, politica, studi di genere, movimenti sociali, religione e moda al fine di comprendere la collettività contemporanea. Ultima indagine e riflessione nell’azione del collettivo, è l’universo SUPRAINFINIT: un tentativo di concretizzare un nuovo mondo attraverso l’uso interpretativo dell’attesa, viaggiando tra presente e futuro. Nei lavori di Apparatus 22, che spaziano dalle installazioni alla stesura di testi, la realtà si confonde con la finzione e il racconto: tutto si mescola con un approccio valutativo che raccoglie apprendimento e sperimentazione dal mondo del design, della sociologia, della letteratura ed economia. Partecipano a numerose mostre e festival, ma esercitano anche al di fuori degli spazi istituzionali, con performance in luoghi pubblici, azioni in spazi privati e altre forme ibride: nel gennaio del 2017, installano nella piccola edicola Radetzky sui Navigli “Subtitles”, un intervento artistico che mobilita la concentrazione su nuove possibilità di lettura della realtà, fondate sull’animo e a sfavore della comunità razionale. L’edicola si trasforma in una capsula temporale, in cui particolari canali somministrano testimonianze da Suprainfinit per iniziarci a un sistema di pensiero, dove la speranza viene utilizzata come strumento interpretativo per la società.

Durante i giorni di residenza, realizzano l’opera BlankAugury I, un’installazione che prevede la donazione di un nome immaginario, scelto dal collettivo, con lo scopo di essere offerto gratuitamente al primo cittadino di Cosenza che desidera utilizzarlo per un nuovo nato. Creando un nuovo sostantivo, gli Apparatus 22, immaginano di donare un futuro migliore a chi porterà questo nome, un futuro lontano dalle prospettive desolanti fortemente sentite in una regione del Sud. Se Skakespeare ha chiesto “Che cosa c’è in un nome”, gli artisti spostano l’attenzione sul potenziale latente di un nuovo nome: “Cosa c’è in un nome mai usato prima?”

Benni Bosetto

Classe 1987, Benni Bosetto vive e lavora tra Milano e Amsterdam. Nel 2010 si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera specializzandosi successivamente in Scultura e frequentando, grazie all’Erasmus School Project, l’UDK di Berlino. Ha inoltre perfezionato la propria formazione presso il Dirty Art Department del SandbergInstitute di Amsterdam. La sua indagine è da sempre rivolta alla costruzione di apparati metanarrativi tra storie, leggende, miti in cui lo spettatore ha piena libertà interpretativa, pur oscillando tra straniamento e spaesamento. Alla base del linguaggio di Bosetto vi è senza dubbio il disegno, la ricerca artistica dell’ultimo periodo predilige però la creazione di interventi installativi in cui gesti performativi e lavori scultorei e grafici si fondono per diventare appropriazione totale dello spazio espositivo. È rappresentata dalla galleria ADA di Roma, dove ha esposto in occasione della personale Gli Imbambolati (2018) e della collettiva L’isola portatile (2018). Tra le principali mostre si ricordano: That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, MAMBO – Museo d’Arte Moderna, Bologna 2018; Figure di spago- Pratiche narrative, Fondazione Baruchello, Roma 2018; Sweepawaysweepanyway, the end of the world willnever come, Convento Domenicano, Municipio, Elvissa (IBZ) 2017; Florida, Tile Project Space, Milano 2016.

Come di consueto nel suo lavoro, Benni Bosetto si servirà del disegno come trait d’union per una composizione multi-narrativache in questo caso prenderà forma attraverso un collage distoffe colorate e carte. Attraverso una ricerca monografica e sociologica, l’artista sta portando avanti in Residenza uno studio sull’uomo e sulla questione dell’identificazione del corpo nella società, che vede di cultura in cultura l’utilizzo di pratiche e rituali specifici.A ispirare la sua produzione alcune letture quali la biografia dell’inventore Nikola Tesla e dei testi di saggistica sull’astinenza sessuale e alimentare nell’epoca precristiana, come dimostrano i progetti ingegneristici, le parti anatomiche e le figure androgine rappresentate.

Caterina Molteni

Caterina Molteni (Milano, 1989). Dopo la Laurea triennale in Filosofia morale e politica presso l’Università degli studi di Milano, nel 2015 consegue il Diploma accademico di secondo livello in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2013 è tra i corsisti di CAMPO13, corso di specializzazione per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. È direttrice e cofondatrice di Tile project, spazio no profit aperto dal 2014 per la sperimentazione e la crescita della nuova generazione di artisti italiani. Dal 2016 è collaboratrice e cofondatrice del magazine online di cultura e arti contemporanee Kabul, impegnato inoltre nella traduzione di testi critico-curatoriali non ancora reperibili in italiano, e si occupa del coordinamento delle Attività collaterali presso il CRRI del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La sua più recente pubblicazione è Appunti sulla narrazione dell’arte contemporanea italiana, in That’s IT, a cura di Lorenzo Balbi, MaMbO Museo d’arte Moderna di Bologna, 2018. Tra gli ultimi progetti curatoriali: Supercondominio. L’assemblea dei nuovi spazi d’arte contemporanea in Italia, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino 2018; Figuredispago.Pratichedinarrazione, Fondazione Baruchello, Roma 2018; L’isola portatile, ADA, Roma 2018. La narrazione intesa come abilità di lettura della realtà ed esercizio di pensiero è tema fondante delle mostre curate da Caterina Molteni.

A Cosenza si occuperà del lavoro degli artisti: Benni Bosetto, Giulia Cenci, Alessandro Di Pietro e Alice Visentin, accomunati dalla capacità immaginativa di produrre storie e tradurre visivamente processi ed emozioni.

Davide Mancini Zanchi

Davide Mancini Zanchi nasce a Urbino nel 1986, dopo gli studi all’Istituto d’arte nel 2013 si diploma in Pittura presso l’Accademia delle Belle Arti del capoluogo marchigiano. Tra il 2014 e il 2015 è ospite della Dena Foundation For Contemporary Art per una residenza artistica di cinque mesi a Parigi. È vincitore di diversi concorsi tra cui: Premio Pescheria promosso dal Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro (2011), Gran Premio della Pittura del Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (2014) Premio Città di Treviglio (2016), oltre che finalista del Club GamecPrize (2018). Dal 2011 espone sia in Italia che all’estero con mostre collettive e personali, tra queste si segnalano BlitzenBenz, Galleria AplusB, Brescia 2014 e Milleduecento, Spazio San Paolo Invest, Treviglio 2017. Alcuni suoi lavori si trovano nelle collezioni di spazi privati e musei pubblici (Galleria Civica di Modena, Museo Civico Giovanni Fattori, Galleria Nazionale delle Marche di Urbino). Mancini Zanchi porta avanti una riflessione sull’atto stesso del dipingere che si traduce in opere definibili, più che tradizionali quadri, veri e propri oggetti pittorici. Combinando concetto e materia l’artista si cimenta in una sperimentazione libera e leggera, che guarda tanto alla tradizione della storia dell’arte che all’immaginario popolare, servendosi talvolta del gesto performativo o dell’allestimento interattivo.

La sua ricerca sui “confini che vacillano sulla pittura” si è tradotta a Cosenza in un’opera in cui coesistonodimensione concettuale, ready-made e intervento pittorico. Nel suo lavoro, che egli stesso definisce “polimorfe e transmediale”, spicca, infatti, un’attitudine all’analisi degli aspetti delle cose in vista di un mutamento della forma.Protagonista è un oggetto qualsiasi, una maglia del Catanzaro Calcio acquistata dall’artista nello Store ufficiale epoi ridipinta di rosso-blu. Mancini Zanchisostituisce i colori originali della t-shirt, ossia il giallo e il rosso, con quelli della divisa della squadra rivale per eccellenza: il Cosenza, riflettendocon ironia sui recenti successi calcistici della città.

Dario Picariello

Nasce ad Avellino nel febbraio del 1991. Laureato in Arti Visive a Urbino, attualmente vive e lavora tra Napoli e Milano, dove frequenta il Master in Photography and Visual Design presso la NABA di Milano. Lavora con performance e video,pratiche di cui non condivide il fluire del tempo e approda alla fotografia. Subisce il fascino dell’abbandono dei luoghi per le storie che custodiscono e raccontano e realizza, nel 2018, una serie di fotografie presso la Fornace Guerra-Gregorj a Sant’Antonino (Treviso), diretta, tra XIX e XX secolo, dall’imprenditore e politico italiano Gregorio Gregorj. L’artista propone di rinnovare la produzione industriale di terracotta, con lo scopo di realizzarne una specificamente artistica. Per fare questo, invita alla collaborazione pittori e scultori, integrando all’attività della Fornace quella della Sala degli Artisti. Sostenendo due laboratori introduttivi, in collaborazione con il Liceo Artistico di Treviso e l’attuale proprietaria della Fornace, l’artista ha metaforicamente riattivato il luogo, riportandovi l’intensa attività lavorativa e ripercorrendone le tracce della memoria e degli affetti. Tra le mostre personali e collettive, si ricordano:You can do it and you must do it,a cura di Laura Petrillo,Villa delle Rose,Bologna(2018); A fuoco continuo, a cura di Stefano Volpato, TRA – TREVISO RICERCA ARTE, Treviso (2018); Officine dell’Umbria 2017 (2017), doppia personale con AureliénMauplot presso Palazzo Lucarini a Trevi; Mascarata (2016), personale a cura di Eugenio Viola presso Casa Raffaello a Urbino e OFF Course Young Contemporary Art a cura di Laura Petrillo presso The Dynastie a Bruxelles; Codice Italia Academy (2015) di Vincenzo Trione a Palazzo Grimani di Venezia. Finalista Premio Cramum 2017, Museo del Duomo di Milano.

Nei giorni di residenza, Dario Picariello realizza il progetto Cosenza vende che si sviluppa a partire da uno studio del territorio cosentino e dalle suggestioni dal paesaggio circostante. La città, divisa in due, la parte “vecchia” e la nuova urbanizzazione, presenta un evidente sfollamento del centro antico a causa di diverse vicende storiche. Quello che si manifesta è la numerosa presenza di cartelli di vendita che affollano le stradine decadenti e le piazze. Simbolo dello “svuotamento”, è la parola “vende” che viene estratta dal contesto e adoperata provocatoriamente in un ricamo fatto con le stesse immagini dei cartelli presenti in città. Il ricamo, tradizione della provincia cosentina, sviluppatasi particolarmente tra i borghi di Longobucco e San Giovanni in Fiore, vieneripetuto su due ombrelli da set fotografico in un tradizionale intreccio, detto punto del giudice.

Giulia Cenci

Classe 1988, Giulia Cenci si specializza in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2012 per poi proseguire gli studi in Olanda,dove frequenta un master in Fine Art alla St. Joost Academy di Brenta-Den Bosch. Nel biennio 2015-2017 è vincitrice di una borsa di studio per il programma post-accademico promosso da DeAteliers ad Amsterdam, città in cui oggi risiede. Nella sua pratica abituale l’artista preleva dalla realtà quotidiana “frammenti di cose”, sui quali interviene accentuandone l’usura o conferendogli nuova forma attraverso il trattamento con materiali sintetici (resine e siliconi).Pezzi di scarto naturali e artificiali e oggetti ormai privi di funzionalità diventano così agglomerati di incerta riconoscibilità, protagonisti di grandi istallazioni ambientali concepite come “vedute” di gruppi di sculture potenzialmente indipendenti.Tra le ultime mostre personali: Ground-ground, SpazioA, Pistoia 2018; A través, Carreras Mugica (Hall), Bilbao (ES) 2017; Deep State, Offspring at deAteliers, Amsterdam (NL) 2017. Tra le collettive in Italia e all’estero: Hybrids, Lustwarande, Platform for Contemporary Sculpture, park De Oude Warande, Tilburg NL 2018; That’s it!, Mambo, Bologna IT 2018; Deposito d’Arte Italiana Presente, Artissima 2017, Torino.

Ibridando porzioni di automobilidanneggiate (fornite da un’azienda calabrese specializzata in riparazione di macchinari ferroviari) con volumi riconducibili a masse organiche, Giulia Cenci innesca un processo che parte dall’alterazione della forma originaria dell’oggetto preesistente per generare una creazione dalla nuova significazione. L’artista riproducecon perizia l’articolazione delle diverse parti che compongono un’unica struttura, attratta dalle peculiarità della serialità ingegneristica. La sensazione di vitalità rintracciabile in questo micro-mondo è alimentata dalla presenza in esso di elementi naturali, richiamo immediato alla stratificazione interna dei minerali. La tensione quasi muscolare che conferisce all’opera stessaun aspetto semi vivo ricorda, inoltre, certe specie vegetali infestanti nell’atto di espandersi in modo incontrollato nello spazio circostante.

Giulio Scalisi

Classe 1992, Giulio Scalisi si forma alla Nuova Accademia delle Belli Arti di Milano, specializzandosi in Arti Visive. Frequenta inoltre il Master in Fine Arts presso l’ECAL di Losanna, in Svizzera. La sua ricerca si fonda sull’analisi dell’intimo, come soggetto piantato nella collettività, analizzando gli elementi esterni che quotidianamente modellano il singolo individuo. Utilizza vari media, quali video, fumetti, disegni e installazioni. Nella mostra personale Alghe Romantiche,svoltasi a Milano al Tile Project Space, l’artista ricrea un habitat marino, sovrastato da zattere. Scalisi conduce il fruitore alla scoperta di un luogo possibile, un ambiente che viene mostrato attraverso l’incontro con personaggi che, catturati e passivi della propria identità, dimostrano diversi stadi del viaggio intrapreso dall’essere umano nel suo distacco dal mondo concreto. Tra le sue ultime esposizioni: GoodGuys (GranRiserva), Gasconade’s Guest, Roma; t APC/the Artist’s PC, Le Botanique Centre Culturel, Bruxelles; Cali Gold Rush, Lucie Fontaine, Milano; e Life is Bed of Roses, Fondationed’enterpriseRicard, Parigi.

Per BocsArt realizza delle fontane dalle somiglianze antropomorfe bagnate dallo stesso mare da cui prendono l’acqua in un ciclointerminabile e continuo.

Luca Loreti

Nasce a Chiavari nel 1990, ma da sempre vive e lavora a Milano. Sin da bambino ha uno spiccato talento per il disegno che lo porta a intraprendere un percorso artistico: frequenta il liceo, poi l’Accademia di Belle Arti di Brera, indirizzo Pittura. Insieme ad Alessandro Moroni, Giulia Ratti e Nicole Colombo, fonda Spazio/77 un luogo di ricerca, creazione e discussione. La sua indagine si basa sul presunto concetto del linguaggio dell’arte,ed è per questo che realizza opere appartenenti a generi formali archetipiche o al limite del cliché ponendo lo spettatore di fronte ad un’immagine con la quale interfacciarci e comunicare. In occasione della mostra Exhibition of the year 2016, una collettiva con Alessandro Moroni e Lorenzo Kamerlengo a cura di Alberta Romano, presenta un progetto che racchiude le sue ricerche personali. Fra le sue ultime mostre: Kodomo no hi, Sonnenstube,Lugano,2017; NowI Wanna bea Good Boy, a cura di C.CortinoviseC.Spagnol,Plasma Plastic, Milano, 2017; Itwas My First Time, Notturno #2, Localedue Bologna, 2016.

Nei quindici giorni di residenza l’artista si interroga sul ruolo e le ambizioni di una residenza d’artista situata in un luogo come Cosenza e sulla sua funzione nel sistema dell’arte o per la cittadinanza cosentina. L’architettura dei BoCs, vista su google immagini prima di partire, rammenta una residenza nordica, un luogo estraneorovesciato nel profondo sud dell’Europa. L’artista immagina e si immedesima in un immaginario artista asiatico che, ospitato alla residenza, porta parte della sua cultura in un luogo a lui distante. L’opera consiste in una scultura in legno di piccole dimensioni riproducente uno Shishio Cane di Foo, figura mitologica asiatica generalmente posta all’esterno dei templi come emblema di sostegno e molto in voga come tatuaggio popolare giapponese. L’idea è quindi di compiere un oggetto che non abbia rapporto con il territorio ma che inviti ad ricercare una cultura altra rispetto a quella del luogo, un invito ad aprire la mente e a confrontarci culturalmente nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Luisa Mè

Luisa Mè è il duo formato da Francesco Pasquini (Pesaro, 1991) e Luca Colagiacomo (Milano, 1990) il cui nome riecheggia l’espressione dialettale marchigiana “lui sa me” (lui con me). Dopo la conclusione degli studi all’Accademia di Belle Arti di Urbino, nel 2014 i due artisti si trasferiscono a Londra per sperimentare la propria creatività, solo in seguito decideranno di lavorare a quattro mani. La carriera artistica di Luisa Mè è relativamente recente: Look at me è il titolo della prima personale tenutasi allo spazio T293 di Roma (dicembre 2017 – febbraio 2018), mentre i prossimi Solo show si terranno a Londra a settembre 2018 presso la Her Gallery e a gennaio 2019 alla Union Gallery. Tanto nei quadri che nelle sculture ricorrono frequentemente lunghi becchi e tacchi a spillo, a connotare figure semi umane o dai tratti zoomorfi fortemente drammatiche e dall’accentuata tensione muscolare. Uno sguardo è rivolto alla tradizione pittorica italiana, in particolare a Piero della Francesca: il duo si propone di creare immagini capaci di avere un impatto veloce e duraturo, proprio come le icone sacre. La tecnica interviene ponderata in opere dal significato aperto in cui emerge una precisa volontà di ambiguità, già ravvisabile nel nome stesso del duo.

In Residenza, la prima della loro carriera artistica, stanno lavorando a una scultura che pur riproponendo nelle fattezze la consueta figura deformata in costante ricerca di equilibrio, sarà realizzata sperimentando nuove soluzioni formali e tecniche inedite tra cui l’utilizzo della carta stagnola. Forti dell’idea che la cosa più semplice e usuale può stimolare alla creazione di qualcosa di originale e imprevedibile, procederanno con un metodo di lavoro bilanciato e attento al non strafare attraverso stratificazioni e levature di materia. Il risultato sarà un’entità nervosa che pur ricordando le sembianze di uccello conserverà nella cromia l’influenza psichedelica della scena tecno underground di Londra, a mostrare come dietro ogni cosa si nasconde un lato imperscrutabile.

Marco Giordano

Marco Giordano (Torino 1998). L’artista torinese consegue la laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2011 e subito dopo si trasferisce a Glasgow, dove vive e lavora da sei anni. È co-fondatore di Thank You Very Much, collettivo di artisti con sede a Glasgow impegnato nell’organizzazione di mostre ed eventi. I suoi progetti si declinano in base alla specificità del luogo e delle circostanze in cui si inseriscono diventando talvolta progetti itineranti a tempo indeterminato. Basandosi sull’analisi delle relazioni tra interno ed esterno o tra un’azione e il tempo in cui questa si svolge, l’intera ricerca si traduce in una sorta di creazione partecipata che include i punti di vista altrui, poi opportunamente riformulati. Nel lavoro di Giordano sopravvive, infatti, una certa impermanenza per cui ciò che conta davvero è il processo di produzione più che la materialità dell’opera d’arte.Le azioni performative e gli interventi di arte pubblica spesso si servono di testi letterari o messaggi poetici autoprodotti dall’artista per generare spunti di riflessione e creare connessioni tra linguaggio narrativo e arte visuale. Tra le mostre personali più significative: I’m Nobody! How are you?, Glasgow International Festival, Glasgow 2018; Conjunctive Tissue, 3 Ada Road, Londra, 2018; Pathetic Fallacy, Il Colorificio (Milano, 2017); Self-fulfilling Ego, Jupiter Artland, Edimburgo, 2017. Tra le mostre collettive: That’s IT!, MAMbo, Bologna, 2018; Cutis, Glasgow Project Room, Glasgow, 2017; Asnatureintended, Frutta, Roma, 2016.

Sopra un semplice striscione bianco l’artista cuce in nero la frase «Inalami esalami», elevando a protagonista dell’opera una scritta appuntata tra note varie sul suo taccuino.Giordano prosegue così l’indaginesui limiti tra sfera collettiva e privata: fa del banner, comunemente adoperato per diffondere messaggi su larga scala, il vessillo della sua intimitàtradotta nella fugace annotazione. L’opera diviene un “interstizio” tra spazio pubblico, luogo espositivo e artista in grado di, usando le parole del sociologoGiovanni Gasparini, “articolare processi di socializzazione, identificazione e adesione affettiva”.

Mattia Pajè (Melzo, Milano, 1991)

Laureato in Metodologia e Progettazione per le Arti Visive presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna, Mattia Pajè è co-fondatore e direttore artistico dello spazio Gelateria Sogni di Ghiaccio, un luogo di esercizio, collaborazione e discussione d’arte. L’intera ricerca dell’artista è legata al concetto di sperimentazione, ricerca, e verte sull’azione che l’arte contemporanea esercita sul fruitore. Tra gli eventi a cui ha partecipato: TU 35 EXPANDED, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato (2017); Do you come hereoften? a cura di Giovanni Rendina, Ponte Sanguinario, Spoleto (2017); Points Shop NowCustomize, a cura di M.V. Tagliati, CAR DRDE, Bologna (2017); Anykind of vision in the air, a cura di Gabriele Tosi, Anonima Kunsthalle, Varese (2016);490nm<GENERATOR< 570NM, a cura di Lelio Aiello, LOCALEDUE, Bologna; La Lingua Degli Affetti e Del Desiderio, un progetto di Cesare Pietroiusti, RAUM, Bologna (2016). Attualmente vive e lavora fra Bologna e Milano.

Mattia Pajè compie un intervento site specificgenerato a partire dall’architettura del suo BoCS. Due stampe di grande formato sono poste sulle vetrate del fabbricato, mentre un’installazione luminosa è presentata all’interno e resta distinguibilesolamente da fuori attraverso la porta. “Si può sempre raggiungere l’obiettivo” dichiara l’artista.

Paola Angelini

Nasce nel 1983 a San Benedetto del Tronto, dove attualmente vive e lavora. Diplomatasi in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, frequenta nel 2011 il Corso di Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia con BjarneMelgaard, esponendo all’interno della mostra da lui curata nel padiglione Norvegese della 54° Biennale di Venezia. Nel 2017 consegue il Master Fine Arts presso la KaskConservatorium di Ghent (BE). La sua prima solo show, Blue Memory, risale al 2012 presso la Rod Bianco Gallery di Oslo; sempre sui fiordi norvegesi è artist in residence per il Nordic Artists’ Centre di Dale sia nel 2014 che nel 2016. Nello stesso anno partecipa alla residenza artistica della Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Ha ricevuto diversi premi ed esposto in personali in tutta Italia tra cui: Le forme del Tempo, Museo Palazzo Pretorio, Prato 2017; La conquista dello Spazio, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino 2017; Whatis Orange? Why, an Orange, Just an Orange, Marsélleria, Milano 2016. Paola Angelini pone al centro dellasuapratica l’uso esclusivo della pittura, che diviene contemporaneamente gesto e atto creativo. L’artista, infatti, trae spunto dalle esperienze soggettive e dai vari immaginari della Storia dell’arte per intraprendere un’indagine costante sul linguaggio del medium espressivo adoperato.Nelle tele di Angelini luoghi e momenti prendono forma in un costante susseguirsi di processi di stratificazione, aspetto cardine del suo approccio al lavoro.

L’artista ha fatto dell’esperienza vissuta a Cosenzaun’occasione di studio e riflessione in vista dell’avvio di un nuovo ciclo di opere. L’incontro casuale con il pittore Giuseppe Filosa, che ha la sua bottega nel Centro storico, ha permesso a Paola Angelini di indirizzare la propriaindagineversouno sguardo all’esterno. Alla città che la ha ospitata lascerà il tempo dedicato a pensare al suo pittore: riprodurràuna tela di Filosa,omaggio alla sua carriera artistica, con la speranza di “conservare” così la ricerca di un maestro locale.

Roberta Aureli

Classe 1991, Roberta Aureli, si forma presso l’Università La Sapienza di Roma, dove collabora al corso magistrale diStoria dell’Arte Contemporanea. Nel 2016 aderisce a Campo, il corso per curatori ideato e avviato dalla Fondazione Re Rebaudengo, con la quale la giovane storica coopera occupandosi prevalentemente di indagine e stesura delle schede delle opere della Collezione e dei cataloghi delle mostre. Collabora per il progetto “L’Arte Povera e la sua trasmissione al futuro” promosso dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale e dal Castello di Rivoli. Nata in provincia di Roma, vive a Torino, dove svolge la sua attività di ricerca. Scrive per riviste accademiche, cataloghi e magazine online.

Per il progetto BoCs Art, “La città del Sole”, sua prima residenza artistica, invita gli artisti Veronica Bisesti, Alessandrà Calò, Dario Picariello e Mattia Pajè, chiamati ad interagire con il territorio e i suoi abitanti.

Simone Ciglia

Simone Ciglia (Pescara, 1982). Terminati gli studi in Storia dell’arte presso l’Università Sapienza di Roma, nel 2012 consegue a pieni voti il Dottorato di ricerca in Storia dell’arte contemporanea. Già docente all’Accademia di Belle arti di Frosinone e Cultore della materia in Storia dell’arte contemporanea all’Università Sapienza e all’Università degli Studi Roma Tre di Roma, ad oggi è assistente ricercatore presso il MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma. Ha scritto per cataloghi e riviste specializzate come Flash Art, collaborando con Treccani (stesura di alcune voci della IX Appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani) e Zanichelli (redazione del manuale Itinerario dell’arte di Cricco- Di Teodoro). Ha curato diverse mostre tra cui: I wouldprefernot to/Preferirei di no. Esercizi di sottrazione nell’ultima arte italiana nell’ambito della 16a Quadriennale di Roma 2016; Da io a noi: la città senza confini, Palazzo del Quirinale 2017 e con Giacinto Di Pietrantonio Fuoriuso 2016 Avviso di garanzia, Ex Tribunale, Pescara, 2016. Simone Ciglia si occupa principalmente di arte e critica d’arte del secondo Novecento, considerando la curatela come una possibilità di estensione della ricerca stessa.

Per la Sessione di Residenza 16 Luglio-2 Agosto 2018 sarà il curatore di Davide Mancini Zanchi, Paola Angelini, Luisa Mè e Marco Giordano, che con il loro lavoro testimoniano quanto le sperimentazioni del passato siano punto di riferimento e fonte di ispirazione per le nuove generazioni diartisti.

The Cool Couple

T.C.C. è un duo artistico formato da Niccolò Benetton (Arzignano, 1986) e Simone Santilli (Portogruaro, 1987): specializzato in Arte Visiva il primo, laureato in filosofia il secondo, si conoscono al Naba, al Master in Fotografia e Visual Design, di Milano. Dopo anni di collaborazioni, decidono di concretizzare il loro lavoro fondando nel 2012 The Cool Couple, uno studio di progettazione grafica che nel tempo si tramuta in un vero e proprio luogo di critica e riflessione artistica, ma non solo. La loro indagine sottolinea i contrasti della società, che viene analizzata attraverso l’utilizzo delle immagini: un tentativo, il loro, di evidenziare i cortocircuiti nell’immaginario comune. Identificano la fotografia come un atteggiamento collettivo e decidono di utilizzare una serie di linguaggi che spaziano dalla performance al video, dall’installazione alla stampa 3D. Le loro opere, pregne di riflessioni critiche e politiche, diventano degli stimolatori di dialogo, dichiarazioni artistiche e sociali. Il loro lavoro è stato esposto presso: MaMbo, Bologna; CCC Strozzina, Firenze; Fondazione Bevilacqua La Masa, UnseenPhotography Fair, Circulations Festival, LesRencontres de la Photographie di Arles. Nel 2014 sono finalisti al Kassel Photobook Festival Award, vincono il Premio Francesco Fabbri per la fotografia contemporanea e una borsa presso la Fondazione Bevilacqua la Masa a Venezia. Nel 2015, vengono selezionati per il programma Plat(t)form del Fotomuseum Winterthur, e sono nominati per il Discovery Award al festival LesRencontres d’Arles. Ad ottobre 2015 vincono il Premio Graziadei per la fotografia contemporanea, esponendo al Festival Fotografia di Roma, presso il MACRO, e in dicembre sono tra i dieci finalisti del premio Artevisione, promosso da Care/of e Sky. The Cool Couple è rappresentato dalla galleria Metronom di Modena e da MLZ Art Dep. di Trieste.

Durante il soggiorno nella città di Cosenza, gli artisti sono stati colpiti dall’immagine di un banner teso in aria, agganciato all’estremità della piazza del centro, durante le serate del festival Invasioni: il testo recitava VIA DI FUGA, stampato a semplici caratteri maiuscoli neri su fondo bianco. Per questo, riproducono il banner, collocandolo all’interno del box. Attraverso questa azione di decontestualizzazione il messaggio diventa una sorta di dichiarazione superata, in un fase storica contrassegnata da tensioni, sfiducie e un orizzonte degli eventi sempre più buio.
L’opera concettuale dichiara il loro lavoro, l’attenzione degli artisti al quotidiano, l’utilizzo dell’arte come mezzo di espressione politica e denuncia sociale.

Veronica Bisesti

Nasce nel 1991 a Napoli, dove vive e lavora. Si forma presso l’Accademia delle Belle Arti, specializzandosi in Arti Visive. Aderisce nel settembre del 2018 a Women un’importante collettiva dedicata ad artiste italiane, presso gli spazi della Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata. Un’esposizione tutta al femminile che scardina il concetto di “arte di genere”: si tratta infatti di professioniste di grande spessore la cui emotività e indagine va al di là dell’approssimativa etichetta. La ricerca dell’artista è caratterizzata da un approccio sensibile al particolare. È il dettaglio ad attirare la sua attenzione: per la città di Cosenza realizza un progetto legato al senso di appropriazione con il luogo, immergendosi nella cultura e nel tempo che scorre.

Dalle emozioni e suggestioni che questo luogo le regala, percepisce l’abbandono della città vecchia, che vive nell’ombra della nuova urbanizzazione. Presenta quindi, un parallelismo con Anna Magdalena Bach, musicista tedesca, seconda moglie di Johann Sebastian Bach, oscurata anch’essa dalla figura dal noto compositore. Definita da sempre una semplice copista, la promettente figura di Anna Magdalena, viene rivalutata nel 2006, quando uno studioso ha avanzato la teoria che la musicista possa aver composto alcune delle musiche attribuite fino ad ora a Bach. E’ per questo che la giovane artista realizza una perfomanceche vede protagonista non solo un componimento di Anna Magdalena, ma anche l’antica piazza coperta del Centro Storico di Cosenza, Piazza Arenella. La sonata, compiuta da una violoncellista in onore della compositrice tedesca, si mischia con i suoni della città vecchia e viene accompagnata dall’immagine del frontespizio del volume di una raccolta di canzoni strofiche, pubblicato nel 1736, che l’artista riproduce su delle antiche mattonelle, tipiche delle costruzioni del borgo.

 

Gli artisti e i curatori

 

Sessione III (18 Giugno – 5 Luglio)

Cosenza nell’ispirazione di 22 artisti internazionali ospitati ai BoCs Art. Dopo la residenza sulla creatività congolese e quella sul teatro, ecco la partenza ufficiale del nuovo corso dei BoCs Art, firmato dal professore Giacinto Di Pietrantonio. I 22 artisti selezionati sono già fortemente inseriti nel tessuto urbano, a raccogliere svariati stimoli per la loro ispirazione. Visibilmente preparati sulla storia locale, molti sono attratti dai cori musicali, altri dalla ricerca del tesoro di Alarico (“che il sindaco Occhiuto ha veicolato per attrarre con ottimi risultati l’attenzione su Cosenza e i suoi progetti”), ed altri ancora, ad esempio, dai rituali tradizionali legati alla pratica del cosiddetto “affascino”.

 

Eccoli gli artisti, provenienti da diverse parti del mondo: Gabriele Di Matteo, Frederich Liver, Wang Hautian, Dragana Sapanjos, Marco Andrea Magni, Lucia Cristiani, Silvia Mariotti, Luigi Gaspare Marcone, Cleo Fariselli, Federico Chiari, Shigeru Saito, Ettore Basentini, Carlo Fei, David Reimondo, Corinna Gosmaro, Daniel Gonzalez, Luca Rossi, Giada Carnevale, Arcangelo Costanzo, Valentino Albini, Corrado Bove e Gianluca Malgieri.

Giampaolo Calabrese, dirigente alla Cultura:

Abbiamo cominciato la nuova curatela con la guida Di Pietrantonio con due residenze un po’ diverse ma che spiegano bene l’indirizzo che vogliamo seguire. Molti degli artisti congolesi che avevamo invitato erano stati bloccati alla frontiera per la guerra civile scoppiata in Congo. Questo dà il significato internazionale e sociale della strada che abbiamo intrapreso e che al suo centro ha proprio la mobilità. Cosenza tiene tantissimo a essere una città del sud con un suo progetto unico e di tali dimensioni. Oltre al concetto fondamentale di mobilità, quest’esperienza racchiude quello dell’ospitalità degli artisti ma soprattutto dello scambio, della contaminazione, del confronto: cosa l’artista apprende dalla città e viceversa. Il loro passaggio qui è una sorta di drone che viaggia sulla città e ne fa una lettura dall’alto. Le opere che custodiamo nel BoCs Museum ne sono la sintesi, racconto e materia. Per questi motivi il progetto realizzato dal sindaco Occhiuto si può considerare come una grande start-up”.

 

Giacinto di Pietrantonio, curatore amatissimo dagli artisti:

Un progetto unico nel suo genere che ci permette di fare un lavoro di qualità nell’arte. Ho cercato di strutturare questo nuovo corso pensando che le opere non debbano poi andare a dormire nei magazzini e a questo scopo coinvolgeremo i cittadini. Gli artisti ne sono entusiasti. Con loro mi sono confrontato a proposito del Museo diffuso da portare nelle abitazioni private come pure nei luoghi pubblici, nei bar eccetera. I cittadini interessati possono cominciare a proporsi fin d’ora, possono andare a trovare gli artisti nei BoCs Art per avviare una conoscenza. Dovranno garantire l’apertura delle loro case in determinati giorni come le giornate del Fai o la Notte dei musei, in sintesi diventeranno i curatori di queste opere”.

 

Nella visione progettuale di Di Pietrantonio ci sono poi la collaborazione con il Festival del fumetto, workshop e l’apertura alla multimedialità delle residenze: “inviterò anche dei curatori, facendo delle residenze miste, arriveranno alcuni scrittori, registi, e declineremo la residenza in modo diverso con la scrittura che si coniuga col visivo. Per l’anno prossimo, poi, sono in programma master class con studenti selezionati e provenienti da tutto il mondo.

 

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicasto

Carlo Fei

Nato nel 1955, Carlo Fei si forma presso l’Università di Firenze, conseguendo una laurea in Pedagogia, con una tesi sperimentale alla cattedra di Psicodiagnostica sulla fotografia di ritratto. Nel suo curriculum vanta numerose collaborazioni, quali, ad esempio, la Fondazione Pitti Discovery (Pitti Immagine), diretta da Francesco Bonami, il Teatro Politeama Pratese, ma anche artisti, gallerie, riviste, musei di arte contemporanea e istituzioni pubbliche. Le sue opere nascono dalla sua passione per Marcel Duchamp e il minimalismo. Fotografa oggetti di varia natura, rivelandone la loro profondità, attraverso l’ingrandimento di piccoli e semplici particolari, che appartengono alle serie: “niente di più, niente di meno” e “fatto di niente”. Il primo set include soggetti come batterie, palle, nomi; il secondo, talismani, numeri, insetti collezionabili.

Nel suo periodo di residenza a Cosenza realizza Esposizione 03: un’installazione sonora, dove la condizione portante risulta essere l’intervento dello spettatore che entra solo e scalzo nel BoCs, per vivere un’esperienza immersiva, visivo-sonora. La Performance, composta dal sonoro “Mi sono scordato di te”, pezzo per violino e sedia, della durata di 5 minuti e 46 secondi, vuole rendere il BoCs, oggetto d’arte, se non esso stesso l’opera. Essa muta ogni qual volta che uno spettatore interagisce con lo spazio, entra nell’opera, rinnovandosi continuamente per tutta la durata della mostra.

Corinna Gosmaro

Corinna Gosmaro nasce a Savigliano, in provincia di Cuneo, nel luglio del 1987. Si forma presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua indagine si convoglia sulla totalità dell’essere umano, uomo e donna, e sull’espressione dei processi cognitivi e psicofisici che si attivano attraverso la reciprocità con l’ambiente, la cultura e, in particolar modo, la memoria e le emozioni. Attraverso un metodo che nasce al confine tra pittura e scultura, la sua pratica artistica attinge dalla storia della cultura esaminando diversi schemi di fruizione. Costruisce un nuovo linguaggio artistico dove le opere sono in continua comunicazione tra loro, quasi volesse realizzare una mostra utopica della sua esistenza. Nel 2016 è artista in residenza presso la Viborg Kunsthal in Danimarca e nel 2017 partecipa al programma di residenza-studio presso Cripta747 a Torino. La vincitrice, insieme a Thomas Berra, dell’ultima edizione del premio 6Artista, presenta al finissage un disegno, Woman whit cat, libero e recondito, da sempre, elemento di racconto diretto e immediato nella sua produzione

Corrado Bove

Corrado Bove nasce a Bergamo, nel maggio del 1974. Si diploma presso l’Istituto d’Arte, sezione metalli oreficeria, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Bari. Già attivo dalla metà degli anni ’90, nel 2002 apre il suo atelier. Nel corso degli anni partecipa a numerose mostre d’Arte collettive e personali, a Torino, Como, Venezia, e di design a Bari, Lecce e Roma. Più volte scelto tra i più interessanti creativi italiani, Corrado Bove lavora di getto, colmando il suo bisogno di sperimentazione. Predilige l’utilizzo di alcuni materiali, quali pietra, legno ma adopera anche il ferro o la terra cruda. Capovolge il concetto di scultura classica attraverso l’utilizzo della rete metallica, dove l’artificialità della materia assume nuove e complesse forme, metafore della vita e della creazione artistica. Nel 2012 conia il marchio “Poverimabelli”: brande dell’hanmade, realizzando bijioux in alluminio e argento, con inserti di ulivo, pietre dure, rame e ottone. Manufatti che riepilogano la ricerca monumentale applicata al gioiello: creazioni uniche, vere e proprie opere d’arte.

Per la sua prima residenza d’artista, Corrado Bove, propone alla città di Cosenza, uno studio orientato ad alcuni principi fondanti della scultura e dell’immagine, analizzando l’antitesi tra massa e forma, pieno e vuoto, essenza e apparenza e l’interessante stupore della combinazione data dalla tridimensionalità della scultura e la bidimensionalità della fotografia.

Daniel Gonzalez

Nasce a Buenos Aires, nel 1963, l’artista Daniel Gonzalez. Vive e lavora tra New York e Milano, dove, in collaborazione con Anna Galtarossa, realizza nel 2007 un progetto pubblico su alta scala: Homeless Rocket with Chandeliers, una sorta di “gru- installazione” di 35 metri di altezza, usata in un cantiere, contaminata da oggetti e materiali che si riferiscono alla cultura di strada e alla libertà che essa trasmette. L’artista, attraverso performance e installazioni, inizia la sua inchiesta sul cerimoniale, sullo sconfinamento tra generi. Realizza spazi di libertà dove frantuma regole e schemi, declinandosi in progetti pubblici, banner painting in paillettes cucite a mano e pezzi unici indossabili presentati in performance ad alto impatto. Nel 2018 presenta l’evento collaterale di Manifesta 12 Palermo, “Mi Casa Tu Casa”, architettura effimera per Mondello Italo Belga, installata nel giardino del Mondello Palace Hotel. Ha esposto, inoltre, alla Zabludowicz Collection di Londra, al Musée d’Art Contemporain de Bordeaux, alla Pinakothek der Moderne di Monaco (DE), in Viafarini (Milano), al Neuer Kunstverein di Aachen, alla seconda Biennale di Praga e a Manifesta 7 Trento/Bolzano, e nelle gallerie Studio La Città (Verona), Diana Lowenstein (Miami, USA), Valentina Bonomo (Roma), Boccanera T Gallery (Milano) e Spencer Brownstone (New York City).

Scaffali, divani, sedie, tappeti, letti, materassi, lampade, cuscini e oggetti privati di una tipica famiglia cosentina diventano l’opera d’arte “Mi Casa Tu Casa: Soldi per Cosa” che l’artista Daniel González sviluppa all’interno della residenza per artisti BoCs Art. L’artista invita il pubblico a donare un oggetto privato a scelta per la realizzazione dell’opera. Nell’interazione con l’artista è definito il valore dell’oggetto a cui viene assegnato l’equivalente in dollari in paillettes cucite a mano. “L’affare” è siglato da una stretta di mano e l’oggetto diventa parte dell’opera work in progress, presentata al pubblico nella serata del 5 luglio a conclusione del periodo di residenza. Ricollegandosi all’architettura effimera “Mi Casa Tu Casa” presentata lo scorso 14 giugno a Palermo, Daniel González riflette sul valore degli oggetti che creano la nostra quotidianità, assegnando ad ogni cosa donata un valore immaginario, ma effettivo, espresso in dollari in paillettes cuciti a mano su tela. Il dollaro assurge a valore simbolico del lavoro e della fatica che permettono l’acquisto e la creazione del patrimonio privato di ognuno di noi. “Mi Casa Tu Casa: Soldi per Cosa” è un invito a non dare per scontato le cose che ci circondano tutti i giorni. Il gruppo di oggetti che acquistiamo sono degli status symbol che sintetizzano agli occhi degli altri membri della nostra comunità il nostro grado di welfare.

David Reimondo

Milanese d’adozione, David Reimondo, nasce a Genova nel 1972. E’ la cinematografia la sua prima passione ma ne risente i limiti e inizia a sperimentare nuove forme d’arte. Londra è la città che apre il suo moderno percorso artistico, dove espone nel 2005 presso la Sausage Factory. Da tempo, l’artista porta avanti un’indagine riguardante il linguaggio: David ha concepito centinaia di nuovi “simboli” ognuno dei quali ha un significato specifico ed è composto da un “grafema” e un “fonema”. Nell’Aprile di quest’anno, realizza un’opera site specific presso il Teatro filodrammatici di Milano. La mostra David Reimondo / Linea etimografica, a cura di Gaspare Luigi Marcone, presenta il suo nuovo “linguaggio”. Il lavoro si sviluppa lungo la scalinata del Teatro, in una movenza di discesa e salita, e la visione ricorda simbolicamente la forma di un’onda che si estende nello spazio e nel tempo.

Per la città di Cosenza realizza uno striscione di 23 metri alto 50 centimetri con scritto un proverbio in dialetto cosentino “U nivuru ccuru nivuru nun tingia”. Il nero con il nero non colora. In vari passaggi la frase si altera, traducendosi in italiano e successivamente nei segni grafici coniati dall’artista. La stoffa fuoriesce dalla porta del BoCs che ha accolto David per svilupparsi verso l’esterno, stabilendo una nuova relazione tra l’artista e la città.

Ettore Fabio Basentini

Ettore Fabio Basentini nasce nel 1992 a Potenza, dove frequenta l’Istituto d’Arte. Si forma nella città di Torino, presso l’Accademia Albertina, diplomandosi in Pittura. L’influenza del professore e artista Marco Cingolani, lo dirige verso una pittura materica, di cui risente però i limiti. Il giovane artista inizia una ricerca del “bello”, caratterizzata da continue sperimentazioni, che lo portano a prediligere una bellezza concettuale, libera dai canoni classici. Setaccia il complesso rapporto tra pittura e scultura, attraverso una ricerca su supporti materici inusuali e sull’estroflessione
tridimensionale dello spazio pittorico. Il suo nome compare tra i giovani artisti vincitori del progetto espositivo itinerante Yong at art ideato dal MACA (MUSEO ARTE CONTEMPORANEA DI ACRI), edizione 2016/17.

Durante la residenza, Basentini ha prodotto un libro d’artista esito da un progetto diviso fra il web, tramite un blog – One weekblogs – nato proprio nei giorni di permanenza a Cosenza – e la realtà, estraendo clorofilla e materiale biologico dalla vegetazione del paesaggio circostante e modificandoli in pagine “reali” di un blog: il libro è la trasposizione fisica di qualcosa di immateriale. Nei giorni precedenti al finissage, l’artista ha infatti pubblicato, ogni giorno, tre foto di piante locali, individuandone la specie, attraverso l’utilizzo di un App. l’Opera nasce da un’attenta osservazione del Lungocrati, dall’impatto del verde che accerchia l’area dei BoCs.

Federico Chiari

Nasce, nel dicembre del 1985, a Milano, Federico Chiari. Sound designer, musicista e field recordist, vive e lavora fra Torino e Milano, dove si forma presso l’Accademia di Brera. Il suo lavoro si incentra sulla produzione del suono: realizza brani musicali e collabora, per la componente sonora, con artisti visivi quali Diego Marcon, Cleo Fariselli, Anna Franceschini e altri. Si interessa di Musicologia e in particolare del fenomeno Techno hardcore che lo porta a scrivere un libro sull’argomento.

A Cosenza, Federico Chiari presenta un’installazione composta da un dipinto ad olio e un brano musicale che evoca uno stato di agitazione. Il dipinto, dalle piccole dimensioni, raffigura un re dalla cui bocca e occhi fuoriescono lingue di fuoco. Un’entità che non appartiene al nostro mondo, che sembra manifestarsi, provocando inquietudine e sgomento.

Gabriele Di Matteo

Nato a Torre del Greco, nel 1957, Gabriele di Matteo si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Convoglia la sua ricerca artistica sul concetto di “riproduzione”, attraverso i meccanismi di funzionamento dell’immagine e le manifestazioni creative nella società contemporanea della comunicazione, scegliendo come sua tecnica espressiva quella pittorica. L’artista pone particolare attenzione alla relazione tra l’immagine e il suo ideatore, al diritto dell’autore a considerarsi ancora come tale di fronte a immagini che così facilmente ormai ci oltrepassano, di cui usufruiamo tutti e che divengono quindi creazione collettiva. Nel 1992 fonda la rivista E il topo, divenuto poi movimento artistico, innovatore e internazionale, composto da circa 20 artisti. Di Matteo attualmente vive e lavora a Milano: insegna all’Accademia di Brera al corso, denominato dall’artista stesso, “Pittura degli altri”, per il semplice piacere di confondere le idee.

Durante i giorni di residenza d’artista, Gabriele di Matteo ha lavorato sulla Crocifissione della Calabria di Pier Paolo Pasolini, evidenziando il rapporto tra la nostra terra e l’intellettuale, assassinato nel 1975. L’opera, costituita da tre immagini estrapolate dal libro, è contraddistinta dalla presenta di cornici che riportano a loro volta, tre targhette con nomi di artisti: R. Del Vecchio, A. Pironti, L. Lamberti.

Gaspare Luigi Marcone

Artista e curatore, Gaspare Luigi Marcone nasce a Terlizzi, Bari, nel 1983. Dopo un periodo di studio alla Goethe Universität di Francoforte, si laurea nel 2006 in Storia e Critica dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano, dove collabora con il Dipartimento di Storia dell’arte. Pubblica numerosi contribuiti accademico scientifici, curando mostre su artisti quali Irma Blank, Gianni Caravaggio, Piero Manzoni, Erik Dietman, Claudio Parmigiani, Roman Opalka e altri. Espone inoltre in mostre personali e collettive in Italia e all’estero in spazi sia pubblici che privati, collabora con riviste di arte e cultura contemporanea come Artribune, Nuova Meta, Titolo. È direttore artistico di The Open Box, Milano. Con il suo lavoro, esplora il rapporto ciclico di distruzione e rigenerazione, essere e non-essere, attraverso il fuoco, la cenere, la scrittura e le stratificazioni di materiali differenti.

Per il progetto artistico BoCs Art, l’artista utilizza gli elementi della sua indagine, lavorando sui concetti di eterno mutamento, in questo caso, contestuali ai giorni di residenza a Cosenza.

Lucia Cristiani

Nata a Milano il 21 Dicembre del 1991, Lucia Cristiani si diploma al Liceo Artistico “Caravaggio”, specializzandosi successivamente in Arti Visive, presso l’Accademia delle belle arti di Brera. I suoi lavori hanno una stretta relazione con il paesaggio, inteso in senso antropologico, sociale e politico. Le sue opere infatti sembrano quasi voler comunicare con e dei luoghi in cui lavora. Da una parte troviamo l’influenza di una città come Milano, dall’altra, Sarajevo, luogo di un viaggio a più riprese nei Balcani durato sette anni. Due realtà quasi parallele nella vita di Cristiani, vissute con la medesima profondità.

Per questo nuovo progetto, l’artista interviene all’interno dello spazio dei BoCs, collocando l’interesse sulla relazione fra lo spazio dedicato a casa- studio con il paesaggio cosentino.

Shigeru Saito

Shigeru Saito nasce a Tokyo, Giappone, nel novembre del 1974. Nel 1997 si laurea presso L’Università di Meisei in Belle Arti. Ottiene la specializzazione in Industrial Design e Plastic Arts e nel 2000 e 2002 espone alla mostra Internazionale di Scultura di KAJIMA, a Tokio, ricevendo premi e riconoscimenti in entrambe le edizioni. Si definisce uno “scultore tradizionale” ma si ispira all’arte di Enrico Castellani, traendone spunto per le forme geometriche che caratterizzano il suo lavoro. Le sue opere in marmo così come in metallo, vacillano tra il minimalismo della combinazione e i virtualismi trigonometrici, concretizzandosi in armoniose composizioni. Attualmente vive e lavora a Cassino.

Durante i giorni di residenza, Shigeru realizza Kotodama 2018 – tradotto dal giapponese in Spirito della parola. L’opera scultorea in carta, ricoperta di gesso, custodisce al suo interno i pensieri dell’artista, una segreta confessione redatta nella città di Cosenza. La scultura, che rappresenta la mente dell’artista stesso, è un invito all’osservatore a conoscere lo spirito dell’autore.

Silvia Mariotti

Silvia Mariotti nasce a Fano, provincia di Pesaro e Urbino, nel 1980. Studia presso l’Accademia di Belle Arti, specializzandosi in Arte Visiva. Allarga la sua ricerca attraverso la fotografia: l’artista pone al centro delle sue analisi la relazione con la natura e la riflessione sul legame luce e ombra e sulle ascendenti letterarie e poetiche nella pratica creativa. La ricerca si estende attraverso la stratificazione di elementi tratti dalla storia e dalla letteratura e di simboli culturali e sociali che celebrano un senso di irrealtà, in bilico tra mistero e marginalità. Attraverso la fotografia e l’installazione, restituisce all’immagine le suggestioni e le esperienze vissute, raccontando di mondi in prevalenza notturni, che creano una sorta di sospensione temporale e al contempo celano nuove forme di verità.

Al termine della residenza, l’artista presenta una stampa su carta cotone, dal titolo Lungofiume. La fotografia è frutto di un lavoro artificiale: Mariotti realizza un’immagine evocativa e ambigua, utilizzando canneti e materiale di recupero, ricreando un atmosfera selvaggia all’interno del BoCs. L’immagine confusa del notturno è l’espressione di ciò che può essere, o non può essere, naturale.

Valentino Albini

Valentino Albini nasce a Reggio Calabria nel 1959, ma vive e lavora a Milano. Si forma come Perito Chimico, ma il suo obiettivo è l’utilizzo delle arti visive come mezzo di comunicazione. Ha una formazione da fotografo professionista: tra gli anni 80 e 90 lavora nell’ambito della moda, del design e della pubblicità, svolgendo inoltre attività di insegnamento per importanti istituti di fotografia. E’ proprio attraverso la sua esperienza nel campo pubblicitario che giunge all’attuale pratica artistica, stravolgendone la funzione evocativa e il linguaggio. Nelle sue opere le pagine pubblicitarie di riviste e quotidiani, diventano strumento ideale per cancellare e ricostruire ideologi miti moderni. La carta si macera e gli inchiostri prendono nuova vita, attraverso una ricerca di rinascita e memoria.

Valentino Albini durante la residenza Bocs Art realizza un lavoro inspirato al territorio. Una sorta di riflessione sull’abbandono dei centri abitati del sud contrapposto all’abbandono di aree industriali che sta avvenendo al Nord. L’opera, Tavolo anatomico 01, evidenzia il dualismo nord/sud, così come il legame di Albini con la nostra terra, attraverso alcune simbologie: il nero, che richiama la pece che veniva estratta nei boschi della Sila, l’impiego di nove fustelle industriali, nove come gli anni dell’artista, che ancora bambino, emigrò dalla Calabria, otto le immagini ricreate, quasi fossero i resti di un industria abbandonata, otto come simbolo di prosperità, della Giustizia bendata che regge le due bilance, l’intelletto che si eleva al di sopra di ciò che è terreno.

 

Note biografiche e di progetto

a cura di Donata Bilotto

Arcangelo Costanzo

Classe 1993, friulano di formazione e milanese di adozione frequenta l’ultimo anno presso il Dipartimento di Arti visive dell’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua pratica artistica è orientata alla creazione di lavori scultorei e installativi di piccole dimensioni per i quali predilige l’utilizzo dei più svariati materiali: è il caso, ad esempio, delle piccole opere in gelatina per ambienti dal grande potere olfattivo o le impalpabili sculture di neve. La carriera artistica di Costanzo inizia nel 2015 quando partecipa insieme a Riccardo D’Avola alla prima edizione di Studi Festival con I believe in monsters, nel 2017 è tra gli artisti invitati alla Biennale di Copenaghen Future Contemporary Arts dove presenta una tarsia marmorea. L’attività di singolo si fonde con quella del gruppo BB5000, del quale è co-fondatore dal 2015, che riunisce le esperienze di altri quattro studenti dell’Accademia di Brera: Giada Carnevale, Francesco Saverio Costanzo, Filippo De Marchi, Giovanni Riggio. La ricerca di BB5000 si traduce in un continuo lavoro di raffinazione e distillazione sia dei contenuti poetici che formali. Particolare attenzione è rivolta alla materialità delle opere che, sfiorando talvolta l’eclettismo, dialogano costantemente con lo spazio fisico che occupano.

L’artista si servirà del periodo di residenza come momento di riflessione in cui produrre un lavoro ispirato alla cultura mediterranea attraverso la lavorazione di un materiale di scarto reperito in loco: il pane. Costanzo porterà avanti un discorso già approfondito da BB5000 in occasione di Bellissimo Italiano (2016), residenza autogestita sfociata in un progetto fotografico che ha toccato anche la Calabria.

Cleo Fariselli

Celo Fariselli (Cesenatico, 1982) sin da giovanissima si interessa allo studio del teatro e della musica supportata dal padre Patrizio, noto pianista e compositore. Dal 2004 sperimenta tutti i linguaggi espressivi dell’arte occupandosi di pittura, scultura, fotografia, video, performance e ricerca teorica. Completa la propria formazione partecipando a workshop con artisti del calibro di Jimmie Durham e Rirkrit Tiravanija, per poi diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2007. È tra gli artisti invitati alla residenza della Dena Foundation a Parigi (2009) e di BAR project a arcellona (2013). Tra le mostre personali più recenti: Calipso, Clima gallery, Milano (2016); Serpenti nelle grondaie, GAFF, Milano (2015); Samus Viridis X-9, Espacio Sant Pere, Barcellona (2013). I suoi lavori trasmettono una percezione non scontata del reale poiché frutto di un rapporto attivo, una “apertura del sentire”, in una prospettiva non antropocentrica sulla cultura e in particolare sull’arte. Dal debutto di U allo spazio ex-Brun di Bologna (2012) porta avanti un format, a metà tra la performance e l’esposizione di opere d’arte, in cui presenta al pubblico i propri lavori attraverso atti performativi. La peculiarità di questo progetto è che le sculture, concepite per essere date in mano, anziché installate in uno spazio sono contestualizzate attraverso la gestualità e l’interazione con gli spettatori. Al completamento della narrazione contribuisce l’aspetto musicale o acustico, non semplice accompagnamento ma elemento fondante della performance stessa.

Per il finissage Cleo Fariselli proporrà una azione performativa, rivolta a un gruppo di massimo cinque spettatori per volta, in cui presenterà agli astanti le sculture realizzate durante la permanenza a Cosenza. Le creazioni, che per la loro natura invitano ad essere esplorate con i sensi, permetteranno all’artista di interagire con il visitatore in uno spazio “condiviso” e altro dalla quotidianità. La parte sonora della performance è stata realizzata in collaborazione con il collega di residenza Federico Chiari e contribuirà a far calare i partecipanti in un’esperienza immersiva e totalizzante.

Dragana Sapanjoš

Nata nel 1979 a Cittanova d’Istria in Croazia, nel 2004 si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera e dopo un periodo di permanenza in Italia di circa diciotto anni attualmente vive e lavora a Istria. La sua è un’attività molto prolifera che abbraccia tutte le forme di espressione: numerosi atti performativi e istallazioni hanno avuto luogo in gallerie, fondazioni e istituzioni museali di tutto il mondo (Museo del Novecento, Milano; Tate Modern, Londra; GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo; MMSU, Rijeka). La sperimentazione di Dragana Sapanjoš si propone di colpire e coinvolgere lo spettatore in esperienze articolate capaci di suscitare in lui continue emozioni, senza mai lasciarlo indifferente. Nel tentativo di superare una sorta di “vergogna generale del brutto”, l’artista cerca di dare nuova luce a quella parte oscura della personalità umana, che spesso si tende a nascondere, per permettere al bello divenire fuori con maggior vigore. Per la Sapanjoš ogni artista ha un dovere nei confronti della società in cui viviamo: la sua missione è quella di comprendere e intervenire sui tempi e non semplicemente registrare il riflesso di ciò che accade. Il tema del tempo e del suo passare, presente in molti altri lavori precedenti tra cui Ray of Light (2011) e Good morning mister Dilac (2011), ritornaanche nel progetto pensato per Cosenza.

La locuzione latina “memento mori”, che spicca sulla vetrata del piano superiore del box, si fa monito e nel contempo stimolo a non vivere la vita in modo superficiale. Questo incoraggiamento a fare del proprio meglio ha spinto l’artista ha lavorare su più livelli, dentro e fuori dell’abitazione-studio trasformata in lightbox, in uno spazio fisico in cui la paura della morte vienerimpiazzata dall’esortazione a sfruttare appieno il tempo che si ha a propria disposizione.

Frédéric Xavier Liver

(Harfleur, Francia, 1980). Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2005, opera tra Parigi, Bruxelles e Milano. La sua ricerca si concentra sulle confluenze delle costruzioni storiche e sociali nell’arte, interrogandosi sulle nozioni di identità individuale e identità collettiva e su come queste si iscrivono nelle pratiche della nostra vita. Attraverso pittura, performance e attività editoriale l’artista italo-francese parte da immaginari storici e vernacolari per poi procedere con l’assemblaggio di materiali iconografici che manipola, declina o moltiplica, offuscandone l’origine e riscrivendone la storia. Si ottengono così delle rappresentazioni utili a creare nuovi racconti spesso fantastici, alternativi e performativi che mettono in discussione la percezione dell’identità contemporanea, invitando lo spettatore a riconsiderare criticamente concetti come la ricerca d’appartenenza sociale e politica. Suoi lavori sono stati presentati dalle gallerie Nivet Carzon, Estace e Les Salaisons (Parigi), Annarumma (Napoli), Dubois-Friedland (Bruxelles) e Galateca (Bucarest). È membro del collettivo E IL TOPO (Milano), un gruppo formato da circa venti artisti riuniti attorno alla rivista omonima, con il quale espone in Italia e all’estero dal 2012.

Per la residenza BoCs Art Liver sta lavorando portando avanti un lavoro relazionale affine a progetti precedenti (2″Deep 2″Wide, 2017 e Breaking the Backboard, 2018) che si sono serviti dello sport della pallacanestro come occasione di coinvolgimento e dialogo. Con l’opera In The Paint continua la sua ricerca attraverso i playgrounds negli spazi pubblici: a Cosenza sarà investito quello della Scuola Secondaria di primo Grado Fratelli Bandiera. L’artista interviene completando gli elementi mancanti o degradati dello spazio di gioco, integrando ad esempio i tracciati e le reti, proponendosi di creare una possibilità di confronto e riflessione attraverso il tema del gioco.

Giada Carnevale

Giada Carnevale (Vigevano, 1986) è al termine degli studi presso l’Accademia di Brera a Milano, dove attualmente vive e opera. Alcuni suoi lavori sono stati esposti presso la Fabbrica del Vapore e il Flagship Store Enel di Milano e il FISAD di Torino, ha inoltre preso parte alla Biennale of Future Contemporary Arts 2017 di Copenaghen con una pirografia su legno. È membro fondatore del gruppo artistico BB5000 con il quale ha partecipato a diverse personali in Italia e all’estero: ℋy℘erℜruin, Davide Gallo Gallery, Milano (IT) 2015; Salamandrina, Galerie Tobias Naehring, Leipzig (DE) 2017; Smoke Inside, Aldea Gallery, Bergen (NO) 2018; Campari, Horizont Gallery, Budapest (HU) 2018. La sua attività artistica abbraccia vari medium espressivi quali la scultura, le installazioni e le azioni performative ed è mossa in gran parte da un interesse antropologico e sociologico. Temi ricorrenti nella poetica della Carnevale sono, infatti, i rapporti e le relazioni che intercorrono tra più soggetti e in particolare il legame uomo-animale. Come testimoniato da lavori quali A good mourning place (2015) e Goodbye Rose (2015), la figura del cane e le connessioni affettive a esso legate divengono quasi assoluti protagonisti di tutta la sua produzione.

La ricerca che Giada Carnevale sta portando avanti nell’esperienza a Cosenza, pur essendo molto vicina alla prassi quotidiana, è specificatamente pensata per i BoCs Art. Si tratta di un’indagine sulle abitudini dei cani che circolano nell’area della residenza e si propone di portare gli animali citati nelle condizioni di imparare determinati comandi. Attraverso questo processo di “educazione” l’artista vuole restituire qualcosa al luogo che la sta ospitando, nella speranza che si possa instaurare un rapporto più sereno tra cani e umani e arginare un problema molto sentito come quello del randagismo.

Gianluca Malgeri

(Reggio Calabria, 1974) Si forma presso il Dipartimento di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e nel 2003 consegue il Master in Arte e Design all’I.U.A.V. di Venezia. Vive e lavora tra Tokyo e Berlino, dove nel 2009 tiene la sua prima personale Dal titolo Apollo e Daphne; nel 2015 in occasione della 56a Biennale di Venezia partecipa alla collettiva Edge of Chaos (Expelled from Paradise) a Casa Donati. È vincitore di diverse borse di studio e premi tra cui Kempinski Arts Support Program (2010), Seat Pagine Bianche d’Autore (2007) e Movin’up Project (2004). Le mostre personali Insha’Allah (2011) e Homo Ludens (2016) sono state ospitate dalla galleria Magazzino Arte Moderna di Roma, che lo rappresenta. Malgeri da un lato guarda con spregiudicatezza tutto quello che nella sua visione è ascrivibile al mito (l’arte, gli artisti, la moda e il loro potere suggestivo), dall’altro è mosso dalla volontà di intervento. Tale atteggiamento si traduce, però, più in un cauto avvicinamento che in un’appropriazione acculturata di ciò che lo circonda. L’intera produzione artistica, sviluppandosi su questo doppio registro, anziché mirare a una conciliazione delle dualità tende ad accentuarne le divergenze, spesso sconfinanti in vere e proprie frizioni. É questo il tratto che contraddistingue la sua arte, da sempre interessata al minoritario, al clandestino, all’inappropriato ma anche all’inatteso e al sorprendente. L’utilizzo di tecniche compositive diverse, dalla fotografia al disegno, dall’installazione al collage, favorisce la complessità del suo percorso e lo rende autonomo da qualsiasi categorizzazione.

L’artista presenterà una performance in cui una persona, chiusa nel box inaccessibile, lancia aeroplanini di carta cercando di colpire un bersaglio collocato all’esterno. Questi, infrangendosi sulla vetrata della casa-studio, divengono metafora di un mondo insieme chiuso ed aperto, di viaggi possibili e impossibili.

Luca Rossi

Nasce nel 2009 con l’apertura del blog Whitehouse: artista/collettivo, critico, curatore, blogger, chiunque può vestire i panni di Luca Rossi. Un nome qualunque per un gruppo di persone unite sotto un’identità collettiva in cui confluiscono diversi progetti indipendenti. Il blog Whitehouse è ideato come piattaforma dedicata alla critica d’arte, attraverso la quale divulgare operazioni artistiche immaginate o realizzate all’interno di musei, gallerie, ed istituzioni italiane ed estere. Per citarne alcune: SMACH 2017, Val Badia (2017); Fondazione Prada, Milano (2016); Biennale di Venezia (2017); Tate Modern, Londra (2017); Mambo, Bologna (2018). La popolarità del controverso personaggio negli anni è cresciuta sia grazie ai numerosi articoli apparsi su riviste specializzate, sia per mezzo dei contributi pubblicati su Whitehouse da autorevoli figure del sistema dell’arte nazionale e internazionale. I progetti di Luca Rossi, servendosi di forme e modi decisamente non convenzionali, mirano a ridurre il gap che intercorre tra arte contemporanea e spettatore. Lo scopo è quello di appassionare e interessare il pubblico con attività di divulgazione e formazione come Corso Pratico di Arte Contemporanea (2010) o Museo Diffuso (2016). Dal 2016 tutta l’attività di Luca Rossi confluisce nei siti web lucarossilab.it e lucarossicampus.com e dal febbraio dello stesso anno gli viene affidata la gestione di un blog di arte e attualità su Huffington Post.

Per i BoCs Art l’artista ha pensato a un progetto intitolato Le lingue di Luca Rossi: cinque lingue mozze iperrealiste materializzeranno il noto modo di dire “tagliare la lingua”, riferibile a chi ha parlato più del dovuto. La particolarità di queste lingue è il materiale che le compone ossia la gomma per cancellare, a dimostrazione che quando si parla bisogna anche avere il coraggio di mettersi in discussione e, se necessario, cancellare ciò che si è detto. Il silenzio di
Luca Rossi si rifà alle parole del filosofo Gilles Deleuze secondo il quale, in un’epoca in cui ci si esprime fin troppo, per dire finalmente qualcosa di vero è necessario ricercare interstizi di solitudine e di silenzio.

Marco Andrea Magni

Marco Andrea Magni (Sorengo, Svizzera, 1975) vive e lavora a Milano. Ho sempre agito per dispetto è l ultima personale esposta alla Loom Gallery di Milano (2018); tra le sue mostre: La Pelle, Officina, Bruxelles (2016); Families of Objects, Abrons Arts Center, New York e Zurigo (2015); Distances, Galerie See Studio, Parigi (2015); The Art of Living, Triennale di Milano, Milano (2014). La ricerca estetica di Magni, raffinata e profonda, è inserita in un lungo percorso che abbraccia riflessione artistica e filosofia morale. Il suo lavoro si configura, infatti, come una vera e propria educazione allo sguardo, ai modi di stare al mondo e al confronto, specie con realtà differenti (si veda Lo spazio punto tenutasi nel 2017 presso la Sinagoga di Siena). “Mi piace pensare che la misura di tutte le cose è il nostro stare insieme”, in questa frase l’artista condensa tutta la propria poetica volta a trarre nutrimento dalle connessioni tra esperienze, relazioni e contemplazioni. Cifra della sua pratica artistica, che oscilla tra scultura e architettura, è l’utilizzo di molteplici materiali, talvolta assai preziosi come oro, polvere di incenso, velluto, pigmento di lepidottero.

Il progetto che Magni sta portando avanti per questa terza sessione di residenza si propone di mettere in luce il territorio lavorando sulla condizione della possibilità e dell’occasione, riabilitando l’esperienza corporea declinata in scultura e superficie. L’elemento protagonista sarà l’acqua, già soggetto di precedenti opere quali Una scultura parlata (2005) e Tornasole 2017, che al termine del processo assumerà una forte valenza simbolica: “La scultura non è che l’acqua, l’acqua non è che la scultura”.

Wang Haotian

(Henan, Cina, 1994). Dopo gli studi in tecniche pittoriche a Pechino si trasferisce in Italia, dove frequenta dal 2013 al 2016 la Scuola di Grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Il suo linguaggio artistico trova nella fotografia, nelle immagini digitali e nelle installazioni il medium espressivo privilegiato. Dal 2004 si dedica, inoltre, alla realizzazione e pubblicazione di libri di artista autoprodotti con i quali ha partecipato a importanti Book Fair a Seoul (2015), Shangai, Bergen (2016), Tokyo, New York, e Milano (2017). Attraverso operazioni di rielaborazione e combinazione delle immagini, siano esse scattate in giro per il mondo o “prelevate” dal web, Wang Haotian offre allo spettatore uno spaccato rivisitato e insolito della società contemporanea e del panorama urbano. Alcuni suoi lavori installativi e fotografici sono stati esposti a Milano nella mostra To be or not to be a genius, in occasione della terza edizione di Studi festival (2017), e presso il FUZAO Studio nelle collettive N.0 e Photo Truck – Fotografie Itinerarnti (2018).

In questa residenza artistica, la prima della sua carriera, l ’artista presenterà nel proprio box un’istallazione che tradurrà visivamente elementi e tracce caratterizzanti la sua permanenza in città. L’installazione composta da un sistema di circolazione dell’acqua è infatti costruita con oggetti trovati a Cosenza, sia all’interno di esercizi commerciali locali che nella natura circostante.

Gli artisti

 

Sessione II (3-9 Giugno)

 

Ospite dei BoCs Art nella sessione dal 3 al 9 giugno 2018, la prima incentrata sul teatro, è la Compagnia “Cantiere Teatrale Flegreo”, in residenza artistica per le prove di Sogno di una notte di mezz’estate di William Shakespeare, presso il Teatro Rendano“.

 

Attori presso residenza BoCs Art

 

La pièce teatrale, tradotta da Massimiliano Palmese con la regia di Michele Schiano di Cola, andrà in scena in prima nazionale nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia 2018, diretto da Ruggero Cappuccio, al Teatro Bellini di Napoli il 13 e 14 giugno 2018.

La Compagnia è composta da: Luigi Bignone, Giuseppe Brunetti, Clio Cipolletta, Adriano Falivene, Rocco Giordano, Irene Grasso, Pako Ioffredo, Cecilia Lupoli, Nuvoletta Lucarelli, Davide Mazzella.

Gli interpreti sono professionisti delle differenti arti sceniche, provenienti per lo più da Napoli e dalla zona dei Campi Flegrei, selezionati tra i partecipanti ai laboratori seminariali avviati a Napoli nel 2017 dal Centro delle Arti della Scena e dell’Audiovisivo C.A.S.A. e dalle associazioni culturali Marina Commedia ed EnArt.  Sulla base del progetto TERZA GENERAZIONE (ideato e diretto da Pako Ioffredo, Demi Licata e Michele Schiano Di Cola), che si propone di creare un centro artistico e un movimento culturale nell’ex polo industriale di Pozzuoli recuperando la memoria e la tradizione, gli incontri sono stati condotti per approfondire alcuni capolavori di Shakespeare, generalmente poco indagato nell’Italia meridionale essendo questa realtà avvantaggiata dall’esistenza di una drammaturgia propria. Nati inizialmente come occasione di studio sul testo e non col fine di selezione, i laboratori hanno dato vita a un cast, che si prospetta di portare in scena anche altri grandi opere tra cui Romeo e Giulietta e La tempesta, attualmente impegnato nella fase finale prima del debutto di  Sogno di una notte di mezz’estate.

Così come ideata dal regista Schiano di Cola, la pièce mantiene la poetica teatrale e il verso di Shakespeare ma ripropone in chiave contemporanea il capolavoro classico, eliminando in primis gli abiti d’epoca. Lo spettacolo è, infatti, ambientato in un futuro distopico in cui predomina l’omologazione delle classi e le contraddizioni dell’uomo odierno, in perenne disequilibrio rispetto a se stesso e alla sua natura.

La partecipazione ai BoCs Art si è rivelata per gli artisti un’opportunità per dedicarsi completamente al lavoro e nello stesso tempo per creare un gruppo, un “corpo unico” capace di lavorare in sinergia grazie ai momenti di scambio e comunione, indispensabili per il mondo del teatro. L’ambiente ospitale della città ha, inoltre, stimolato l’ispirazione degli attori convinti che la Residenza artistica sia un’occasione utile per fare rete col tessuto artistico locale.

Grazie alla distribuzione di Roberto Roberto il Sogno sarà portato in tournée in Puglia a dicembre, ma prima sarò restituito alla città di Cosenza con una rappresentazione durante il Festival delle Invasioni/Confluenze il 13 luglio 2018.

Donata Bilotto

Sessione I (17-31 Maggio)

 

La prima residenza artistica a inaugurare il nuovo corso dei BoCs Art, dal 17 al 31 maggio 2018, ha visto protagonisti gli artisti del progetto “Vivere sulla soglia. Incontri congolesi”, nato dalla sinergia tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e quattro diversi atenei – Università della Calabria (coordinatore nazionale Rosario Giordano), Università degli Studi di Milano (coordinatrice Silvia Riva), Università degli Studi di Napoli L’Orientale (coordinatrice Flavia Aiello) e Università di Lubumbashi (coordinatore Donatien Dibwe Dia Mwembu) – col sostegno del Comune di Cosenza, che ha messo a disposizione le ormai celebri Residenze Artstiche.

 

Diciassette artisti congolesi a confronto, provenienti dal Congo RD, Sudafrica e vari Paesi europei (Olanda, Germania, Francia, Belgio, Italia), hanno creato opere e performance su temi chiave quali “mobilità”, “opportunità” e “riuscita”, facendo emergere la narrazione di molteplici vissuti e percorsi di soggettivazione, all’interno dei quali uomini e donne incrociano i reciproci tentativi di vivere come cittadini del mondo, immaginando nuovi spazi di modernità.

 

Gli artisti e le opere

a cura di Carola Nicastro

 

Alexandre Kyungu

Alexandre Kyungu vive e opera nella Repubblica Democratica del Congo.  Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Kinshasa.  Lavora presso la fondazione Kin Art Studio (Kas), nata nel 2010 al fine di favorire la creazione e la divulgazione dell’Arte Contemporanea. Le sue opere si basano su questioni relative allo spazio urbano, esplorando i paralleli tra la mappatura urbana e la scarificazione del corpo.  Il suo lavoro funziona come un “saggio cartografico”, nel quale cerca di costruire un mondo nuovo e globale, fondendo e giustapponendo le mappe di diverse città.  È un modo per lui di mettere in discussione la città e la sua mappatura, per cancellare i confini tra i popoli e dare alla luce un unico territorio nello spazio immaginario della sua opera.

Opera

Senza titolo

 

 

Androa Mindre Kolo

Androa Mindre Kolo è cresciuto a Kinshasa. Ha studiato presso la Kin Academy of Fine Arts e la Scuola Superiore delle Arti del Reno. La sua arte si sviluppa tra performance, installazioni, collage e disegni. Elabora con intuito i temi più attuali, contestualizzandoli  nello stile di vita delle popolazioni del continente africano, in particolare nel loro rapporto con mikili, il mondo in lingala. Androa è un “mikilist”: colui che ha visto il mondo, colui che ha viaggiato. La sua singolare immaginazione si esprime in modi diversi e gran parte del suo lavoro artistico è attraversato da un senso di alienazione dalla realtà.

Opera

Titolo: Hommage à mon père

L’opera è un omaggio al padre scomparso. L’artista legge questa separazione come un punto di “rinascita” per se stesso e la sua arte. Attraverso l’installazione, Androa cerca di far rivivere il padre con l’ausilio dell’immortalità dell’arte. La morte è un elemento ricorrente nelle opere dell’artista congolese, poiché elemento scatenante della sua poetica.

 

Erik Androa, Hommage à mon père

 

Arno Luzamba Bompere

Nato nel 1985 a Kinshasa, nello Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo,  Arno Luzamba Bompere si diploma nel 2009 in Comunicazione Visiva presso l’Accademia di Belle Arti di Kinshasa. Artista visivo, videoartista e cantante, la carriera di Arno Luzamba Bompere è inseparabile dalla questione dell’identità e dell’incontro dell’altro e dell’altrove. Il suo lavoro si articola su diverse scene del mondo in relazione alle notizie del quotidiano. Attualmente, vive e lavora a Strasburgo.

Opera

Titolo: Ligne 11

Nell’esperienza di Residenza presso i Bocs Art di Cosenza, l’artista inizia un nuovo percorso artistico legato al concetto di “Mobilità”. Il suo intento è quello di realizzare opere in “comunicazione” fra loro, in luoghi e tempi diversi. Nel dittico realizzato, l’artista riproduce le proprie impronte, come traccia e segno di se stesso in questo nuovo cammino: un percorso ricco di idee, significati e oggetti che sembrano affollarsi sulla tavola attraverso il simbolo dell’occhio. È attraverso lo sguardo che percepiamo infatti tutte le informazioni di questa continuità, del fluire nello spazio. Tema ricorrente nelle opere dell’artista è il Cervello come simbolo di connessione non solo celebrale.

 

 

Christian Botale

Christian Botale nasce a Kinshasa nel  1980.  Si forma presso l’Accademia di Belle Arti  e partecipa a numerose manifestazioni artistiche. Attualmente vive e lavora tra la città del Congo e Strasburgo dove ha la possibilità di confrontarsi e adoperarsi a stretto contatto con professionisti del settore.

Opera

Senza titolo

 

Christian Botale, Senza titolo

 

Christian Tundula

Christian Tundula è  un visual artist nato a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, dove ha studiato Arte presso l’Accademia di Belle Arti (ABA). Ha conseguito una seconda laurea presso l’Università di Strasburgo, in Alsazia: la seconda università più grande in Francia. Christian ha esposto le sue opere in giro per il mondo e attualmente lavora per l’Associazione Umanitaria Freedom Heroes, come Assistente del Coordinatore e volontario di Formazione. Aiuta i giovani di età compresa tra gli 11 e i 14 anni ad abbandonare la vita di strada di Kinshasa. Interagisce con loro  e li reintegra nelle loro famiglie, sostenendoli nel rientro a scuola. Christian ha sempre avuto un vivo interesse per le problematiche sociali,  sua fonte di costante ispirazione e passione, favorendo lo sviluppo, la creatività e l’indipendenza per il popolo africano.

Opera

Senza titolo

 

Christian Tundula

 

Christophe Ndabananiye

Christophe Ndabananiye nasce nel 1977 nella Repubblica Democratica del Congo. Dal 1991 al 1994 studia all’École d’Art de Nyundo in Ruanda e dal 2002 al College of Fine Arts di Saarbrücken, dove si diploma nel 2008.  Nel 2006 completa i suoi studi all’École Supérieure des Beaux-Arts de La Réunion. Il tema della tracce è al centro delle opere dell’artista. Tracce dal passato e ricordi vengono esaminati, riscoperti di volta in volta resi vivi e visibili nel presente.  Le tracce sono viste soprattutto nel contesto storico, per cui possono essere pensieri, idee, oggetti, sentimenti o esperienze concrete. Nella costante ricerca del passato Ndabananiye utilizza materiali e supporti diversi, dipinge principalmente con vernice per barche e acrilico, ma anche la foto e la videocamera sono lì come un compagno costante. Attualmente vive e lavora a Berlino.

Opera

Titolo: Karibu

L’artista utilizza gli elementi in carta come se fossero degli “zerbini” posizionandoli  accanto alle porte dei BoCs, catturando l’impronta e il passaggio degli artisti. Inizia lavorando con la pittura su carta, per poi passare al taglio della stessa. Il titolo dell’Opera “Karibu”, che nella sua lingua vuol dire “Benvenuto”, è un invito ad entrare e ad andare oltre la “soglia”.

 

 

Djo Bolankoko Belondjo e Yannick Luzuaki

Museografo, scenografo e architetto d’interni, Belondjo Bolankoko ottiene in Congo, una borsa di studio e si forma presso la Scuola di Arti Decorative a Strasburgo, dove, attualmente, vive e lavora. Originario della città di  Kinshasa, le sue origini e la sua doppia carriera sono la base del suo linguaggio che spesso rappresenta una trasposizione della realtà, una percezione multipla, con la quale il pubblico può interagire liberamente.

Pittore e costumista, Yannick Luzuaki nasce il 27 ottobre 1984 a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo . Consegue una Laurea in Arte Plastica e prosegue i suoi studi universitari presso l’Accademia di Belle Arti di Kinshasa, dove si laurea in Pittura. Arriva in Europa nel 2010 e si iscrive alla Scuola Superiore delle Arti del Reno a Strasburgo, dove ottiene il diploma nazionale di Espressione Plastica. Attualmente vive e lavora a Strasburgo.

Opera

Titolo: Window Urban Life

L’opera murale, a “quattro mani”, riprende l’arte pubblicitaria popolare Congolese. Raccontano le loro esperienze, in Congo come in Francia, fino ad arrivare a Cosenza e  ne fanno una sorta di libro della memoria procedendo come una classifica di immagini. La loro espressione artistica è un modo di osservare o anche di criticare le realtà che definiscono questi diversi confronti di se stessi con le società.

 

Djo Bolankoko e Yannick Luzuaki, Window Urban Life

 

Freddy Mutombo

Freddy Mutombo vive e lavora tra Bruxelles, Parigi e Kinshasa. Laureato alla Scuola superiore delle Arti del Reno di Strasburgo nel 2015, Freddy Mutombo si forma inizialmente all’Accademia di Belle Arti di Kinshasa, sua città natale. Nel 2005, è entrato a far parte del collettivo artistico Kois Eza Possibles composto da sei giovani artisti che hanno deciso di portare l’arte contemporanea nei quartieri della area metropolitana congolese. È interessato fin dall’inizio alle diverse forme dell’arte: fotografia, scenografia, pittura, installazione e performance. In particolare, produce diverse installazioni automobilistiche che sono esposte in Congo, Francia e Germania. Mutombo si sta gradualmente concentrando sulla fotografia.

Opera

Senza titolo

 

 

Luloloko

Luloloko nasce nel febbraio del 1975 a Kinshasa. Frequenta l’Accademia di Belle Arti e  studia l’arte pittorica, i generi, gli stili e i modi di essere che contraddistinguono i grandi artisti del passato. Nel 2000, grazie ad un concorso per artisti promosso dall’Ambasciata Italiana, si trasferisce a Firenze, portando con sé, la cultura e la  forza del popolo della Repubblica Democratica del Congo. L’influenza artistica italiana, altera la sua attività di semplice pittore su tela, abbracciando il campo della moda: la contaminazione degli stili rinascimentali esalta la sua eccentrica personalità e dopo anni a contatto diretto con Firenze, sviluppa una visione personale anche come stilista. Luloko continua quotidianamente le sue ricerche, sfociando in nuove forme di espressione artistica, mantenendo un forte legame con l’arte etnica, con un’anima dagli antichi richiami di racconti tribali.

Opera

Titolo: Apparition

L’opera è una composizione unica ed originale: le forme si mischiano al colore e prende anima una storia fatta di volti, di maschere, sagome.

 

 

Moke Fils

Jean Marie Odia Monsegwo, in arte Moke Fils, è nato nel 1968 a Kinshasa. Figlio maggiore del grande pittore congolese Moke, Moke Jr. adotta il nome e la poetica del padre, come eredità di un leader nella pittura popolare congolese. Aspirante pittore, da bambino trascorre gran parte delle sue giornate nel laboratorio del padre dove inizia a riprodurre le sue opere. Fu solo dopo gli studi in Pedagogia che decide di abbandonare la sua vocazione di insegnante per iniziare, accanto al padre, una nuova carriera artistica. Attraverso la caricatura, i suoi dipinti evocano la vita attuale di Kinshasa, caotica e colorata. Moke Fils è un esponente dell’arte di strada: descrivere lo scenario quotidiano della città congolese, raccontando anche i drammi e le difficoltà che caratterizzano il popolo africano.

Opera

Titolo: Le Seuil

Moke Fils appartiene all’Association of Popular Painters, nell’acronimo APPO, poiché tra i più grandi nomi dell’arte popolare Congolese. La quotidianità è la sua musa. L’opera, autobiografica, racconta del suo arrivo in Europa, delle difficoltà avute nell’integrarsi e del suo cambiamento artistico e sociale. Elemento ricorrente di questa nuova fase artistica sarà infatti la velocità della vita e la tecnologia, come nuovo mezzo di “contatto”. Il progetto si ispira alle mancate speranze, allo scoraggiamento che l’uomo subisce nel mutamento. Per la realizzazione dell’opera, l’artista congolese raccoglie elementi sul posto, studi e attenzioni sull’essere un emigrante a Cosenza. L’opera esprime lo sconforto del cambiamento (la morsa che stringe l’apparente calma della quotidianità) così come la riuscita socializzazione: l’uomo ha un posto sul mondo.

 

Moke Fils, Le Seuil

 

Patrixk Azari  Mekhar

Patrick Azari, in arte Mekhar, nasce a Kinshasa nel 1984. Disegnatore ma anche Regista, descrive, attraverso le arti, le problematiche del patrimonio culturale Congolese, il potenziale futuro della sua terra, ma soprattutto la mutata visione di essa, attraverso gli occhi di un sognatore.

Opera

Senza Titolo

Mekhar ricostruisce una porta, all’interno della quale, rappresenta rudimenti architettonici della città di Cosenza ed elementi riconducibili alla morte, ultima soglia da superare a cui nessuno sfugge. L’opera, un dittico in verticale, raffigura quindi il “passaggio”. Nella parte superiore dell’opera gli elementi della città di Cosenza, come ad esempio il Palazzo dei Bruzi e alcune statue del MAB, sono stati scelti come sinonimo di “nuova generazione urbana”, integrazione sociale e culturale.

 

 

Sapin Makengele

Nato nel 1980 a Kinshasa, Sapin Makengele  è un pittore popolare congolese autodidatta.  Nel suo lavoro dipinge e commenta spesso i mondi della vita sociale e politica dei Kinois.  Eppure gli argomenti che affronta non sono limitati alla Repubblica Democratica del Congo. Da quando ha esposto alla Biennale di Dakar per l’arte africana contemporanea nel 2006, il lavoro di Sapin ha viaggiato in tutto il mondo ed è stato presentato in diversi paesi, tra cui: Francia, Belgio, Germania, Austria, Stati Uniti, Canada, Congo-Brazzaville, Sud Africa e Paesi Bassi. Sapin ha collaborato con numerosi ricercatori della città di Kinshasa ed è stato coinvolto in diversi progetti che combinano arte e accademici, in particolare nel documentario storico ” Les Fantômes de Lovanium ” sulle rivolte studentesche del 1969-1971 a Kinshasa. Oltre all’arte, gli interessi di Sapin includono la storia e la musica congolesi.

Opera

Senza Titolo

L’opera, un autoritratto, esprime il concetto di Mobilità attraverso l’esperienza diretta dell’artista. La sua è una mobilità, infatti, “individuale”. In primo piano ritrae il suo braccio e la sua mano, che utilizza per dipingere e creare. I piedi, nella parte inferiore del dipinto, nei diversi colori, sono il suo spirito senza frontiera, il suo interfacciarsi alle altre culture e storie di vita.

 

 

Trèsor Matameso

Nato nel 1983 a Kinshasa, Trèsor Matameso, noto come Papa Divin, è uno scrittore, pittore, fumettista, attore e compositore congolese. Artista di talento, Papa Divin ha partecipato a numerosi corsi di formazione d’arte e laboratori di scrittura. Oggi è coordinatore del centro culturale “Les Bénis” di Kinshasa, avvicinando i giovani alla letteratura e alla pittura.

Opera

Titolo: La mobilite psychique 

L’artista, attraverso il disegno, racconta la “quasi autobiografica” storia di un espatriato che giunge nella città di Cosenza, interrogandosi sul suo stato d’animo e sul concetto di integrazione. L’opera nasce da una perfetto compimento dell’artista nella città di Cosenza, che nel suo periodo di permanenza entra in contratto con numerose realtà cittadine, prima fra tutte l’Hotel Centrale, occupato da associazioni e realtà che da sempre si occupano del tema dell’ospitalità e integrazione, accogliendo numerosi emigranti e senzatetto.