Sessione III (18 Giugno – 5 Luglio)

Cosenza nell’ispirazione di 22 artisti internazionali ospitati ai BoCs Art. Dopo la residenza sulla creatività congolese e quella sul teatro, ecco la partenza ufficiale del nuovo corso dei BoCs Art, firmato dal professore Giacinto Di Pietrantonio. I 22 artisti selezionati sono già fortemente inseriti nel tessuto urbano, a raccogliere svariati stimoli per la loro ispirazione. Visibilmente preparati sulla storia locale, molti sono attratti dai cori musicali, altri dalla ricerca del tesoro di Alarico (“che il sindaco Occhiuto ha veicolato per attrarre con ottimi risultati l’attenzione su Cosenza e i suoi progetti”), ed altri ancora, ad esempio, dai rituali tradizionali legati alla pratica del cosiddetto “affascino”.

 

Eccoli gli artisti, provenienti da diverse parti del mondo: Gabriele Di Matteo, Frederich Liver, Wang Hautian, Dragana Sapanjos, Marco Andrea Magni, Lucia Cristiani, Silvia Mariotti, Luigi Gaspare Marcone, Cleo Fariselli, Federico Chiari, Shigeru Saito, Ettore Basentini, Carlo Fei, David Reimondo, Corinna Gosmaro, Daniel Gonzalez, Luca Rossi, Giada Carnevale, Arcangelo Costanzo, Valentino Albini, Corrado Bove e Gianluca Malgieri.

Giampaolo Calabrese, dirigente alla Cultura:

Abbiamo cominciato la nuova curatela con la guida Di Pietrantonio con due residenze un po’ diverse ma che spiegano bene l’indirizzo che vogliamo seguire. Molti degli artisti congolesi che avevamo invitato erano stati bloccati alla frontiera per la guerra civile scoppiata in Congo. Questo dà il significato internazionale e sociale della strada che abbiamo intrapreso e che al suo centro ha proprio la mobilità. Cosenza tiene tantissimo a essere una città del sud con un suo progetto unico e di tali dimensioni. Oltre al concetto fondamentale di mobilità, quest’esperienza racchiude quello dell’ospitalità degli artisti ma soprattutto dello scambio, della contaminazione, del confronto: cosa l’artista apprende dalla città e viceversa. Il loro passaggio qui è una sorta di drone che viaggia sulla città e ne fa una lettura dall’alto. Le opere che custodiamo nel BoCs Museum ne sono la sintesi, racconto e materia. Per questi motivi il progetto realizzato dal sindaco Occhiuto si può considerare come una grande start-up”.

 

Giacinto di Pietrantonio, curatore amatissimo dagli artisti:

Un progetto unico nel suo genere che ci permette di fare un lavoro di qualità nell’arte. Ho cercato di strutturare questo nuovo corso pensando che le opere non debbano poi andare a dormire nei magazzini e a questo scopo coinvolgeremo i cittadini. Gli artisti ne sono entusiasti. Con loro mi sono confrontato a proposito del Museo diffuso da portare nelle abitazioni private come pure nei luoghi pubblici, nei bar eccetera. I cittadini interessati possono cominciare a proporsi fin d’ora, possono andare a trovare gli artisti nei BoCs Art per avviare una conoscenza. Dovranno garantire l’apertura delle loro case in determinati giorni come le giornate del Fai o la Notte dei musei, in sintesi diventeranno i curatori di queste opere”.

 

Nella visione progettuale di Di Pietrantonio ci sono poi la collaborazione con il Festival del fumetto, workshop e l’apertura alla multimedialità delle residenze: “inviterò anche dei curatori, facendo delle residenze miste, arriveranno alcuni scrittori, registi, e declineremo la residenza in modo diverso con la scrittura che si coniuga col visivo. Per l’anno prossimo, poi, sono in programma master class con studenti selezionati e provenienti da tutto il mondo.

 

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicasto

Carlo Fei

Nato nel 1955, Carlo Fei si forma presso l’Università di Firenze, conseguendo una laurea in Pedagogia, con una tesi sperimentale alla cattedra di Psicodiagnostica sulla fotografia di ritratto. Nel suo curriculum vanta numerose collaborazioni, quali, ad esempio, la Fondazione Pitti Discovery (Pitti Immagine), diretta da Francesco Bonami, il Teatro Politeama Pratese, ma anche artisti, gallerie, riviste, musei di arte contemporanea e istituzioni pubbliche. Le sue opere nascono dalla sua passione per Marcel Duchamp e il minimalismo. Fotografa oggetti di varia natura, rivelandone la loro profondità, attraverso l’ingrandimento di piccoli e semplici particolari, che appartengono alle serie: “niente di più, niente di meno” e “fatto di niente”. Il primo set include soggetti come batterie, palle, nomi; il secondo, talismani, numeri, insetti collezionabili.

Nel suo periodo di residenza a Cosenza realizza Esposizione 03: un’installazione sonora, dove la condizione portante risulta essere l’intervento dello spettatore che entra solo e scalzo nel BoCs, per vivere un’esperienza immersiva, visivo-sonora. La Performance, composta dal sonoro “Mi sono scordato di te”, pezzo per violino e sedia, della durata di 5 minuti e 46 secondi, vuole rendere il BoCs, oggetto d’arte, se non esso stesso l’opera. Essa muta ogni qual volta che uno spettatore interagisce con lo spazio, entra nell’opera, rinnovandosi continuamente per tutta la durata della mostra.

Corinna Gosmaro

Corinna Gosmaro nasce a Savigliano, in provincia di Cuneo, nel luglio del 1987. Si forma presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua indagine si convoglia sulla totalità dell’essere umano, uomo e donna, e sull’espressione dei processi cognitivi e psicofisici che si attivano attraverso la reciprocità con l’ambiente, la cultura e, in particolar modo, la memoria e le emozioni. Attraverso un metodo che nasce al confine tra pittura e scultura, la sua pratica artistica attinge dalla storia della cultura esaminando diversi schemi di fruizione. Costruisce un nuovo linguaggio artistico dove le opere sono in continua comunicazione tra loro, quasi volesse realizzare una mostra utopica della sua esistenza. Nel 2016 è artista in residenza presso la Viborg Kunsthal in Danimarca e nel 2017 partecipa al programma di residenza-studio presso Cripta747 a Torino. La vincitrice, insieme a Thomas Berra, dell’ultima edizione del premio 6Artista, presenta al finissage un disegno, Woman whit cat, libero e recondito, da sempre, elemento di racconto diretto e immediato nella sua produzione

Corrado Bove

Corrado Bove nasce a Bergamo, nel maggio del 1974. Si diploma presso l’Istituto d’Arte, sezione metalli oreficeria, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Bari. Già attivo dalla metà degli anni ’90, nel 2002 apre il suo atelier. Nel corso degli anni partecipa a numerose mostre d’Arte collettive e personali, a Torino, Como, Venezia, e di design a Bari, Lecce e Roma. Più volte scelto tra i più interessanti creativi italiani, Corrado Bove lavora di getto, colmando il suo bisogno di sperimentazione. Predilige l’utilizzo di alcuni materiali, quali pietra, legno ma adopera anche il ferro o la terra cruda. Capovolge il concetto di scultura classica attraverso l’utilizzo della rete metallica, dove l’artificialità della materia assume nuove e complesse forme, metafore della vita e della creazione artistica. Nel 2012 conia il marchio “Poverimabelli”: brande dell’hanmade, realizzando bijioux in alluminio e argento, con inserti di ulivo, pietre dure, rame e ottone. Manufatti che riepilogano la ricerca monumentale applicata al gioiello: creazioni uniche, vere e proprie opere d’arte.

Per la sua prima residenza d’artista, Corrado Bove, propone alla città di Cosenza, uno studio orientato ad alcuni principi fondanti della scultura e dell’immagine, analizzando l’antitesi tra massa e forma, pieno e vuoto, essenza e apparenza e l’interessante stupore della combinazione data dalla tridimensionalità della scultura e la bidimensionalità della fotografia.

Daniel Gonzalez

Nasce a Buenos Aires, nel 1963, l’artista Daniel Gonzalez. Vive e lavora tra New York e Milano, dove, in collaborazione con Anna Galtarossa, realizza nel 2007 un progetto pubblico su alta scala: Homeless Rocket with Chandeliers, una sorta di “gru- installazione” di 35 metri di altezza, usata in un cantiere, contaminata da oggetti e materiali che si riferiscono alla cultura di strada e alla libertà che essa trasmette. L’artista, attraverso performance e installazioni, inizia la sua inchiesta sul cerimoniale, sullo sconfinamento tra generi. Realizza spazi di libertà dove frantuma regole e schemi, declinandosi in progetti pubblici, banner painting in paillettes cucite a mano e pezzi unici indossabili presentati in performance ad alto impatto. Nel 2018 presenta l’evento collaterale di Manifesta 12 Palermo, “Mi Casa Tu Casa”, architettura effimera per Mondello Italo Belga, installata nel giardino del Mondello Palace Hotel. Ha esposto, inoltre, alla Zabludowicz Collection di Londra, al Musée d’Art Contemporain de Bordeaux, alla Pinakothek der Moderne di Monaco (DE), in Viafarini (Milano), al Neuer Kunstverein di Aachen, alla seconda Biennale di Praga e a Manifesta 7 Trento/Bolzano, e nelle gallerie Studio La Città (Verona), Diana Lowenstein (Miami, USA), Valentina Bonomo (Roma), Boccanera T Gallery (Milano) e Spencer Brownstone (New York City).

Scaffali, divani, sedie, tappeti, letti, materassi, lampade, cuscini e oggetti privati di una tipica famiglia cosentina diventano l’opera d’arte “Mi Casa Tu Casa: Soldi per Cosa” che l’artista Daniel González sviluppa all’interno della residenza per artisti BoCs Art. L’artista invita il pubblico a donare un oggetto privato a scelta per la realizzazione dell’opera. Nell’interazione con l’artista è definito il valore dell’oggetto a cui viene assegnato l’equivalente in dollari in paillettes cucite a mano. “L’affare” è siglato da una stretta di mano e l’oggetto diventa parte dell’opera work in progress, presentata al pubblico nella serata del 5 luglio a conclusione del periodo di residenza. Ricollegandosi all’architettura effimera “Mi Casa Tu Casa” presentata lo scorso 14 giugno a Palermo, Daniel González riflette sul valore degli oggetti che creano la nostra quotidianità, assegnando ad ogni cosa donata un valore immaginario, ma effettivo, espresso in dollari in paillettes cuciti a mano su tela. Il dollaro assurge a valore simbolico del lavoro e della fatica che permettono l’acquisto e la creazione del patrimonio privato di ognuno di noi. “Mi Casa Tu Casa: Soldi per Cosa” è un invito a non dare per scontato le cose che ci circondano tutti i giorni. Il gruppo di oggetti che acquistiamo sono degli status symbol che sintetizzano agli occhi degli altri membri della nostra comunità il nostro grado di welfare.

David Reimondo

Milanese d’adozione, David Reimondo, nasce a Genova nel 1972. E’ la cinematografia la sua prima passione ma ne risente i limiti e inizia a sperimentare nuove forme d’arte. Londra è la città che apre il suo moderno percorso artistico, dove espone nel 2005 presso la Sausage Factory. Da tempo, l’artista porta avanti un’indagine riguardante il linguaggio: David ha concepito centinaia di nuovi “simboli” ognuno dei quali ha un significato specifico ed è composto da un “grafema” e un “fonema”. Nell’Aprile di quest’anno, realizza un’opera site specific presso il Teatro filodrammatici di Milano. La mostra David Reimondo / Linea etimografica, a cura di Gaspare Luigi Marcone, presenta il suo nuovo “linguaggio”. Il lavoro si sviluppa lungo la scalinata del Teatro, in una movenza di discesa e salita, e la visione ricorda simbolicamente la forma di un’onda che si estende nello spazio e nel tempo.

Per la città di Cosenza realizza uno striscione di 23 metri alto 50 centimetri con scritto un proverbio in dialetto cosentino “U nivuru ccuru nivuru nun tingia”. Il nero con il nero non colora. In vari passaggi la frase si altera, traducendosi in italiano e successivamente nei segni grafici coniati dall’artista. La stoffa fuoriesce dalla porta del BoCs che ha accolto David per svilupparsi verso l’esterno, stabilendo una nuova relazione tra l’artista e la città.

Ettore Fabio Basentini

Ettore Fabio Basentini nasce nel 1992 a Potenza, dove frequenta l’Istituto d’Arte. Si forma nella città di Torino, presso l’Accademia Albertina, diplomandosi in Pittura. L’influenza del professore e artista Marco Cingolani, lo dirige verso una pittura materica, di cui risente però i limiti. Il giovane artista inizia una ricerca del “bello”, caratterizzata da continue sperimentazioni, che lo portano a prediligere una bellezza concettuale, libera dai canoni classici. Setaccia il complesso rapporto tra pittura e scultura, attraverso una ricerca su supporti materici inusuali e sull’estroflessione
tridimensionale dello spazio pittorico. Il suo nome compare tra i giovani artisti vincitori del progetto espositivo itinerante Yong at art ideato dal MACA (MUSEO ARTE CONTEMPORANEA DI ACRI), edizione 2016/17.

Durante la residenza, Basentini ha prodotto un libro d’artista esito da un progetto diviso fra il web, tramite un blog – One weekblogs – nato proprio nei giorni di permanenza a Cosenza – e la realtà, estraendo clorofilla e materiale biologico dalla vegetazione del paesaggio circostante e modificandoli in pagine “reali” di un blog: il libro è la trasposizione fisica di qualcosa di immateriale. Nei giorni precedenti al finissage, l’artista ha infatti pubblicato, ogni giorno, tre foto di piante locali, individuandone la specie, attraverso l’utilizzo di un App. l’Opera nasce da un’attenta osservazione del Lungocrati, dall’impatto del verde che accerchia l’area dei BoCs.

Federico Chiari

Nasce, nel dicembre del 1985, a Milano, Federico Chiari. Sound designer, musicista e field recordist, vive e lavora fra Torino e Milano, dove si forma presso l’Accademia di Brera. Il suo lavoro si incentra sulla produzione del suono: realizza brani musicali e collabora, per la componente sonora, con artisti visivi quali Diego Marcon, Cleo Fariselli, Anna Franceschini e altri. Si interessa di Musicologia e in particolare del fenomeno Techno hardcore che lo porta a scrivere un libro sull’argomento.

A Cosenza, Federico Chiari presenta un’installazione composta da un dipinto ad olio e un brano musicale che evoca uno stato di agitazione. Il dipinto, dalle piccole dimensioni, raffigura un re dalla cui bocca e occhi fuoriescono lingue di fuoco. Un’entità che non appartiene al nostro mondo, che sembra manifestarsi, provocando inquietudine e sgomento.

Gabriele Di Matteo

Nato a Torre del Greco, nel 1957, Gabriele di Matteo si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Convoglia la sua ricerca artistica sul concetto di “riproduzione”, attraverso i meccanismi di funzionamento dell’immagine e le manifestazioni creative nella società contemporanea della comunicazione, scegliendo come sua tecnica espressiva quella pittorica. L’artista pone particolare attenzione alla relazione tra l’immagine e il suo ideatore, al diritto dell’autore a considerarsi ancora come tale di fronte a immagini che così facilmente ormai ci oltrepassano, di cui usufruiamo tutti e che divengono quindi creazione collettiva. Nel 1992 fonda la rivista E il topo, divenuto poi movimento artistico, innovatore e internazionale, composto da circa 20 artisti. Di Matteo attualmente vive e lavora a Milano: insegna all’Accademia di Brera al corso, denominato dall’artista stesso, “Pittura degli altri”, per il semplice piacere di confondere le idee.

Durante i giorni di residenza d’artista, Gabriele di Matteo ha lavorato sulla Crocifissione della Calabria di Pier Paolo Pasolini, evidenziando il rapporto tra la nostra terra e l’intellettuale, assassinato nel 1975. L’opera, costituita da tre immagini estrapolate dal libro, è contraddistinta dalla presenta di cornici che riportano a loro volta, tre targhette con nomi di artisti: R. Del Vecchio, A. Pironti, L. Lamberti.

Gaspare Luigi Marcone

Artista e curatore, Gaspare Luigi Marcone nasce a Terlizzi, Bari, nel 1983. Dopo un periodo di studio alla Goethe Universität di Francoforte, si laurea nel 2006 in Storia e Critica dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano, dove collabora con il Dipartimento di Storia dell’arte. Pubblica numerosi contribuiti accademico scientifici, curando mostre su artisti quali Irma Blank, Gianni Caravaggio, Piero Manzoni, Erik Dietman, Claudio Parmigiani, Roman Opalka e altri. Espone inoltre in mostre personali e collettive in Italia e all’estero in spazi sia pubblici che privati, collabora con riviste di arte e cultura contemporanea come Artribune, Nuova Meta, Titolo. È direttore artistico di The Open Box, Milano. Con il suo lavoro, esplora il rapporto ciclico di distruzione e rigenerazione, essere e non-essere, attraverso il fuoco, la cenere, la scrittura e le stratificazioni di materiali differenti.

Per il progetto artistico BoCs Art, l’artista utilizza gli elementi della sua indagine, lavorando sui concetti di eterno mutamento, in questo caso, contestuali ai giorni di residenza a Cosenza.

Lucia Cristiani

Nata a Milano il 21 Dicembre del 1991, Lucia Cristiani si diploma al Liceo Artistico “Caravaggio”, specializzandosi successivamente in Arti Visive, presso l’Accademia delle belle arti di Brera. I suoi lavori hanno una stretta relazione con il paesaggio, inteso in senso antropologico, sociale e politico. Le sue opere infatti sembrano quasi voler comunicare con e dei luoghi in cui lavora. Da una parte troviamo l’influenza di una città come Milano, dall’altra, Sarajevo, luogo di un viaggio a più riprese nei Balcani durato sette anni. Due realtà quasi parallele nella vita di Cristiani, vissute con la medesima profondità.

Per questo nuovo progetto, l’artista interviene all’interno dello spazio dei BoCs, collocando l’interesse sulla relazione fra lo spazio dedicato a casa- studio con il paesaggio cosentino.

Shigeru Saito

Shigeru Saito nasce a Tokyo, Giappone, nel novembre del 1974. Nel 1997 si laurea presso L’Università di Meisei in Belle Arti. Ottiene la specializzazione in Industrial Design e Plastic Arts e nel 2000 e 2002 espone alla mostra Internazionale di Scultura di KAJIMA, a Tokio, ricevendo premi e riconoscimenti in entrambe le edizioni. Si definisce uno “scultore tradizionale” ma si ispira all’arte di Enrico Castellani, traendone spunto per le forme geometriche che caratterizzano il suo lavoro. Le sue opere in marmo così come in metallo, vacillano tra il minimalismo della combinazione e i virtualismi trigonometrici, concretizzandosi in armoniose composizioni. Attualmente vive e lavora a Cassino.

Durante i giorni di residenza, Shigeru realizza Kotodama 2018 – tradotto dal giapponese in Spirito della parola. L’opera scultorea in carta, ricoperta di gesso, custodisce al suo interno i pensieri dell’artista, una segreta confessione redatta nella città di Cosenza. La scultura, che rappresenta la mente dell’artista stesso, è un invito all’osservatore a conoscere lo spirito dell’autore.

Silvia Mariotti

Silvia Mariotti nasce a Fano, provincia di Pesaro e Urbino, nel 1980. Studia presso l’Accademia di Belle Arti, specializzandosi in Arte Visiva. Allarga la sua ricerca attraverso la fotografia: l’artista pone al centro delle sue analisi la relazione con la natura e la riflessione sul legame luce e ombra e sulle ascendenti letterarie e poetiche nella pratica creativa. La ricerca si estende attraverso la stratificazione di elementi tratti dalla storia e dalla letteratura e di simboli culturali e sociali che celebrano un senso di irrealtà, in bilico tra mistero e marginalità. Attraverso la fotografia e l’installazione, restituisce all’immagine le suggestioni e le esperienze vissute, raccontando di mondi in prevalenza notturni, che creano una sorta di sospensione temporale e al contempo celano nuove forme di verità.

Al termine della residenza, l’artista presenta una stampa su carta cotone, dal titolo Lungofiume. La fotografia è frutto di un lavoro artificiale: Mariotti realizza un’immagine evocativa e ambigua, utilizzando canneti e materiale di recupero, ricreando un atmosfera selvaggia all’interno del BoCs. L’immagine confusa del notturno è l’espressione di ciò che può essere, o non può essere, naturale.

Valentino Albini

Valentino Albini nasce a Reggio Calabria nel 1959, ma vive e lavora a Milano. Si forma come Perito Chimico, ma il suo obiettivo è l’utilizzo delle arti visive come mezzo di comunicazione. Ha una formazione da fotografo professionista: tra gli anni 80 e 90 lavora nell’ambito della moda, del design e della pubblicità, svolgendo inoltre attività di insegnamento per importanti istituti di fotografia. E’ proprio attraverso la sua esperienza nel campo pubblicitario che giunge all’attuale pratica artistica, stravolgendone la funzione evocativa e il linguaggio. Nelle sue opere le pagine pubblicitarie di riviste e quotidiani, diventano strumento ideale per cancellare e ricostruire ideologi miti moderni. La carta si macera e gli inchiostri prendono nuova vita, attraverso una ricerca di rinascita e memoria.

Valentino Albini durante la residenza Bocs Art realizza un lavoro inspirato al territorio. Una sorta di riflessione sull’abbandono dei centri abitati del sud contrapposto all’abbandono di aree industriali che sta avvenendo al Nord. L’opera, Tavolo anatomico 01, evidenzia il dualismo nord/sud, così come il legame di Albini con la nostra terra, attraverso alcune simbologie: il nero, che richiama la pece che veniva estratta nei boschi della Sila, l’impiego di nove fustelle industriali, nove come gli anni dell’artista, che ancora bambino, emigrò dalla Calabria, otto le immagini ricreate, quasi fossero i resti di un industria abbandonata, otto come simbolo di prosperità, della Giustizia bendata che regge le due bilance, l’intelletto che si eleva al di sopra di ciò che è terreno.

 

Note biografiche e di progetto

a cura di Donata Bilotto

Arcangelo Costanzo

Classe 1993, friulano di formazione e milanese di adozione frequenta l’ultimo anno presso il Dipartimento di Arti visive dell’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua pratica artistica è orientata alla creazione di lavori scultorei e installativi di piccole dimensioni per i quali predilige l’utilizzo dei più svariati materiali: è il caso, ad esempio, delle piccole opere in gelatina per ambienti dal grande potere olfattivo o le impalpabili sculture di neve. La carriera artistica di Costanzo inizia nel 2015 quando partecipa insieme a Riccardo D’Avola alla prima edizione di Studi Festival con I believe in monsters, nel 2017 è tra gli artisti invitati alla Biennale di Copenaghen Future Contemporary Arts dove presenta una tarsia marmorea. L’attività di singolo si fonde con quella del gruppo BB5000, del quale è co-fondatore dal 2015, che riunisce le esperienze di altri quattro studenti dell’Accademia di Brera: Giada Carnevale, Francesco Saverio Costanzo, Filippo De Marchi, Giovanni Riggio. La ricerca di BB5000 si traduce in un continuo lavoro di raffinazione e distillazione sia dei contenuti poetici che formali. Particolare attenzione è rivolta alla materialità delle opere che, sfiorando talvolta l’eclettismo, dialogano costantemente con lo spazio fisico che occupano.

L’artista si servirà del periodo di residenza come momento di riflessione in cui produrre un lavoro ispirato alla cultura mediterranea attraverso la lavorazione di un materiale di scarto reperito in loco: il pane. Costanzo porterà avanti un discorso già approfondito da BB5000 in occasione di Bellissimo Italiano (2016), residenza autogestita sfociata in un progetto fotografico che ha toccato anche la Calabria.

Cleo Fariselli

Celo Fariselli (Cesenatico, 1982) sin da giovanissima si interessa allo studio del teatro e della musica supportata dal padre Patrizio, noto pianista e compositore. Dal 2004 sperimenta tutti i linguaggi espressivi dell’arte occupandosi di pittura, scultura, fotografia, video, performance e ricerca teorica. Completa la propria formazione partecipando a workshop con artisti del calibro di Jimmie Durham e Rirkrit Tiravanija, per poi diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2007. È tra gli artisti invitati alla residenza della Dena Foundation a Parigi (2009) e di BAR project a arcellona (2013). Tra le mostre personali più recenti: Calipso, Clima gallery, Milano (2016); Serpenti nelle grondaie, GAFF, Milano (2015); Samus Viridis X-9, Espacio Sant Pere, Barcellona (2013). I suoi lavori trasmettono una percezione non scontata del reale poiché frutto di un rapporto attivo, una “apertura del sentire”, in una prospettiva non antropocentrica sulla cultura e in particolare sull’arte. Dal debutto di U allo spazio ex-Brun di Bologna (2012) porta avanti un format, a metà tra la performance e l’esposizione di opere d’arte, in cui presenta al pubblico i propri lavori attraverso atti performativi. La peculiarità di questo progetto è che le sculture, concepite per essere date in mano, anziché installate in uno spazio sono contestualizzate attraverso la gestualità e l’interazione con gli spettatori. Al completamento della narrazione contribuisce l’aspetto musicale o acustico, non semplice accompagnamento ma elemento fondante della performance stessa.

Per il finissage Cleo Fariselli proporrà una azione performativa, rivolta a un gruppo di massimo cinque spettatori per volta, in cui presenterà agli astanti le sculture realizzate durante la permanenza a Cosenza. Le creazioni, che per la loro natura invitano ad essere esplorate con i sensi, permetteranno all’artista di interagire con il visitatore in uno spazio “condiviso” e altro dalla quotidianità. La parte sonora della performance è stata realizzata in collaborazione con il collega di residenza Federico Chiari e contribuirà a far calare i partecipanti in un’esperienza immersiva e totalizzante.

Dragana Sapanjoš

Nata nel 1979 a Cittanova d’Istria in Croazia, nel 2004 si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera e dopo un periodo di permanenza in Italia di circa diciotto anni attualmente vive e lavora a Istria. La sua è un’attività molto prolifera che abbraccia tutte le forme di espressione: numerosi atti performativi e istallazioni hanno avuto luogo in gallerie, fondazioni e istituzioni museali di tutto il mondo (Museo del Novecento, Milano; Tate Modern, Londra; GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo; MMSU, Rijeka). La sperimentazione di Dragana Sapanjoš si propone di colpire e coinvolgere lo spettatore in esperienze articolate capaci di suscitare in lui continue emozioni, senza mai lasciarlo indifferente. Nel tentativo di superare una sorta di “vergogna generale del brutto”, l’artista cerca di dare nuova luce a quella parte oscura della personalità umana, che spesso si tende a nascondere, per permettere al bello divenire fuori con maggior vigore. Per la Sapanjoš ogni artista ha un dovere nei confronti della società in cui viviamo: la sua missione è quella di comprendere e intervenire sui tempi e non semplicemente registrare il riflesso di ciò che accade. Il tema del tempo e del suo passare, presente in molti altri lavori precedenti tra cui Ray of Light (2011) e Good morning mister Dilac (2011), ritornaanche nel progetto pensato per Cosenza.

La locuzione latina “memento mori”, che spicca sulla vetrata del piano superiore del box, si fa monito e nel contempo stimolo a non vivere la vita in modo superficiale. Questo incoraggiamento a fare del proprio meglio ha spinto l’artista ha lavorare su più livelli, dentro e fuori dell’abitazione-studio trasformata in lightbox, in uno spazio fisico in cui la paura della morte vienerimpiazzata dall’esortazione a sfruttare appieno il tempo che si ha a propria disposizione.

Frédéric Xavier Liver

(Harfleur, Francia, 1980). Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2005, opera tra Parigi, Bruxelles e Milano. La sua ricerca si concentra sulle confluenze delle costruzioni storiche e sociali nell’arte, interrogandosi sulle nozioni di identità individuale e identità collettiva e su come queste si iscrivono nelle pratiche della nostra vita. Attraverso pittura, performance e attività editoriale l’artista italo-francese parte da immaginari storici e vernacolari per poi procedere con l’assemblaggio di materiali iconografici che manipola, declina o moltiplica, offuscandone l’origine e riscrivendone la storia. Si ottengono così delle rappresentazioni utili a creare nuovi racconti spesso fantastici, alternativi e performativi che mettono in discussione la percezione dell’identità contemporanea, invitando lo spettatore a riconsiderare criticamente concetti come la ricerca d’appartenenza sociale e politica. Suoi lavori sono stati presentati dalle gallerie Nivet Carzon, Estace e Les Salaisons (Parigi), Annarumma (Napoli), Dubois-Friedland (Bruxelles) e Galateca (Bucarest). È membro del collettivo E IL TOPO (Milano), un gruppo formato da circa venti artisti riuniti attorno alla rivista omonima, con il quale espone in Italia e all’estero dal 2012.

Per la residenza BoCs Art Liver sta lavorando portando avanti un lavoro relazionale affine a progetti precedenti (2″Deep 2″Wide, 2017 e Breaking the Backboard, 2018) che si sono serviti dello sport della pallacanestro come occasione di coinvolgimento e dialogo. Con l’opera In The Paint continua la sua ricerca attraverso i playgrounds negli spazi pubblici: a Cosenza sarà investito quello della Scuola Secondaria di primo Grado Fratelli Bandiera. L’artista interviene completando gli elementi mancanti o degradati dello spazio di gioco, integrando ad esempio i tracciati e le reti, proponendosi di creare una possibilità di confronto e riflessione attraverso il tema del gioco.

Giada Carnevale

Giada Carnevale (Vigevano, 1986) è al termine degli studi presso l’Accademia di Brera a Milano, dove attualmente vive e opera. Alcuni suoi lavori sono stati esposti presso la Fabbrica del Vapore e il Flagship Store Enel di Milano e il FISAD di Torino, ha inoltre preso parte alla Biennale of Future Contemporary Arts 2017 di Copenaghen con una pirografia su legno. È membro fondatore del gruppo artistico BB5000 con il quale ha partecipato a diverse personali in Italia e all’estero: ℋy℘erℜruin, Davide Gallo Gallery, Milano (IT) 2015; Salamandrina, Galerie Tobias Naehring, Leipzig (DE) 2017; Smoke Inside, Aldea Gallery, Bergen (NO) 2018; Campari, Horizont Gallery, Budapest (HU) 2018. La sua attività artistica abbraccia vari medium espressivi quali la scultura, le installazioni e le azioni performative ed è mossa in gran parte da un interesse antropologico e sociologico. Temi ricorrenti nella poetica della Carnevale sono, infatti, i rapporti e le relazioni che intercorrono tra più soggetti e in particolare il legame uomo-animale. Come testimoniato da lavori quali A good mourning place (2015) e Goodbye Rose (2015), la figura del cane e le connessioni affettive a esso legate divengono quasi assoluti protagonisti di tutta la sua produzione.

La ricerca che Giada Carnevale sta portando avanti nell’esperienza a Cosenza, pur essendo molto vicina alla prassi quotidiana, è specificatamente pensata per i BoCs Art. Si tratta di un’indagine sulle abitudini dei cani che circolano nell’area della residenza e si propone di portare gli animali citati nelle condizioni di imparare determinati comandi. Attraverso questo processo di “educazione” l’artista vuole restituire qualcosa al luogo che la sta ospitando, nella speranza che si possa instaurare un rapporto più sereno tra cani e umani e arginare un problema molto sentito come quello del randagismo.

Gianluca Malgeri

(Reggio Calabria, 1974) Si forma presso il Dipartimento di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e nel 2003 consegue il Master in Arte e Design all’I.U.A.V. di Venezia. Vive e lavora tra Tokyo e Berlino, dove nel 2009 tiene la sua prima personale Dal titolo Apollo e Daphne; nel 2015 in occasione della 56a Biennale di Venezia partecipa alla collettiva Edge of Chaos (Expelled from Paradise) a Casa Donati. È vincitore di diverse borse di studio e premi tra cui Kempinski Arts Support Program (2010), Seat Pagine Bianche d’Autore (2007) e Movin’up Project (2004). Le mostre personali Insha’Allah (2011) e Homo Ludens (2016) sono state ospitate dalla galleria Magazzino Arte Moderna di Roma, che lo rappresenta. Malgeri da un lato guarda con spregiudicatezza tutto quello che nella sua visione è ascrivibile al mito (l’arte, gli artisti, la moda e il loro potere suggestivo), dall’altro è mosso dalla volontà di intervento. Tale atteggiamento si traduce, però, più in un cauto avvicinamento che in un’appropriazione acculturata di ciò che lo circonda. L’intera produzione artistica, sviluppandosi su questo doppio registro, anziché mirare a una conciliazione delle dualità tende ad accentuarne le divergenze, spesso sconfinanti in vere e proprie frizioni. É questo il tratto che contraddistingue la sua arte, da sempre interessata al minoritario, al clandestino, all’inappropriato ma anche all’inatteso e al sorprendente. L’utilizzo di tecniche compositive diverse, dalla fotografia al disegno, dall’installazione al collage, favorisce la complessità del suo percorso e lo rende autonomo da qualsiasi categorizzazione.

L’artista presenterà una performance in cui una persona, chiusa nel box inaccessibile, lancia aeroplanini di carta cercando di colpire un bersaglio collocato all’esterno. Questi, infrangendosi sulla vetrata della casa-studio, divengono metafora di un mondo insieme chiuso ed aperto, di viaggi possibili e impossibili.

Luca Rossi

Nasce nel 2009 con l’apertura del blog Whitehouse: artista/collettivo, critico, curatore, blogger, chiunque può vestire i panni di Luca Rossi. Un nome qualunque per un gruppo di persone unite sotto un’identità collettiva in cui confluiscono diversi progetti indipendenti. Il blog Whitehouse è ideato come piattaforma dedicata alla critica d’arte, attraverso la quale divulgare operazioni artistiche immaginate o realizzate all’interno di musei, gallerie, ed istituzioni italiane ed estere. Per citarne alcune: SMACH 2017, Val Badia (2017); Fondazione Prada, Milano (2016); Biennale di Venezia (2017); Tate Modern, Londra (2017); Mambo, Bologna (2018). La popolarità del controverso personaggio negli anni è cresciuta sia grazie ai numerosi articoli apparsi su riviste specializzate, sia per mezzo dei contributi pubblicati su Whitehouse da autorevoli figure del sistema dell’arte nazionale e internazionale. I progetti di Luca Rossi, servendosi di forme e modi decisamente non convenzionali, mirano a ridurre il gap che intercorre tra arte contemporanea e spettatore. Lo scopo è quello di appassionare e interessare il pubblico con attività di divulgazione e formazione come Corso Pratico di Arte Contemporanea (2010) o Museo Diffuso (2016). Dal 2016 tutta l’attività di Luca Rossi confluisce nei siti web lucarossilab.it e lucarossicampus.com e dal febbraio dello stesso anno gli viene affidata la gestione di un blog di arte e attualità su Huffington Post.

Per i BoCs Art l’artista ha pensato a un progetto intitolato Le lingue di Luca Rossi: cinque lingue mozze iperrealiste materializzeranno il noto modo di dire “tagliare la lingua”, riferibile a chi ha parlato più del dovuto. La particolarità di queste lingue è il materiale che le compone ossia la gomma per cancellare, a dimostrazione che quando si parla bisogna anche avere il coraggio di mettersi in discussione e, se necessario, cancellare ciò che si è detto. Il silenzio di
Luca Rossi si rifà alle parole del filosofo Gilles Deleuze secondo il quale, in un’epoca in cui ci si esprime fin troppo, per dire finalmente qualcosa di vero è necessario ricercare interstizi di solitudine e di silenzio.

Marco Andrea Magni

Marco Andrea Magni (Sorengo, Svizzera, 1975) vive e lavora a Milano. Ho sempre agito per dispetto è l ultima personale esposta alla Loom Gallery di Milano (2018); tra le sue mostre: La Pelle, Officina, Bruxelles (2016); Families of Objects, Abrons Arts Center, New York e Zurigo (2015); Distances, Galerie See Studio, Parigi (2015); The Art of Living, Triennale di Milano, Milano (2014). La ricerca estetica di Magni, raffinata e profonda, è inserita in un lungo percorso che abbraccia riflessione artistica e filosofia morale. Il suo lavoro si configura, infatti, come una vera e propria educazione allo sguardo, ai modi di stare al mondo e al confronto, specie con realtà differenti (si veda Lo spazio punto tenutasi nel 2017 presso la Sinagoga di Siena). “Mi piace pensare che la misura di tutte le cose è il nostro stare insieme”, in questa frase l’artista condensa tutta la propria poetica volta a trarre nutrimento dalle connessioni tra esperienze, relazioni e contemplazioni. Cifra della sua pratica artistica, che oscilla tra scultura e architettura, è l’utilizzo di molteplici materiali, talvolta assai preziosi come oro, polvere di incenso, velluto, pigmento di lepidottero.

Il progetto che Magni sta portando avanti per questa terza sessione di residenza si propone di mettere in luce il territorio lavorando sulla condizione della possibilità e dell’occasione, riabilitando l’esperienza corporea declinata in scultura e superficie. L’elemento protagonista sarà l’acqua, già soggetto di precedenti opere quali Una scultura parlata (2005) e Tornasole 2017, che al termine del processo assumerà una forte valenza simbolica: “La scultura non è che l’acqua, l’acqua non è che la scultura”.

Wang Haotian

(Henan, Cina, 1994). Dopo gli studi in tecniche pittoriche a Pechino si trasferisce in Italia, dove frequenta dal 2013 al 2016 la Scuola di Grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Il suo linguaggio artistico trova nella fotografia, nelle immagini digitali e nelle installazioni il medium espressivo privilegiato. Dal 2004 si dedica, inoltre, alla realizzazione e pubblicazione di libri di artista autoprodotti con i quali ha partecipato a importanti Book Fair a Seoul (2015), Shangai, Bergen (2016), Tokyo, New York, e Milano (2017). Attraverso operazioni di rielaborazione e combinazione delle immagini, siano esse scattate in giro per il mondo o “prelevate” dal web, Wang Haotian offre allo spettatore uno spaccato rivisitato e insolito della società contemporanea e del panorama urbano. Alcuni suoi lavori installativi e fotografici sono stati esposti a Milano nella mostra To be or not to be a genius, in occasione della terza edizione di Studi festival (2017), e presso il FUZAO Studio nelle collettive N.0 e Photo Truck – Fotografie Itinerarnti (2018).

In questa residenza artistica, la prima della sua carriera, l ’artista presenterà nel proprio box un’istallazione che tradurrà visivamente elementi e tracce caratterizzanti la sua permanenza in città. L’installazione composta da un sistema di circolazione dell’acqua è infatti costruita con oggetti trovati a Cosenza, sia all’interno di esercizi commerciali locali che nella natura circostante.

Gli artisti