Sessione IV (16 Luglio – 2 Agosto)

Continua la promozione del progetto di residenza artistica BoCs Art del Comune di Cosenza,  che si sviluppa nel complesso di architettura contemporanea voluto dal Sindaco Mario Occhiuto e curato, dall’aprile 2018, da Giacinto Di Pietrantonio che ha inteso chiamare l’intero ciclo delle residenze a lui affidato ‘La Città del Sole’, in omaggio alla visionarietà utopica di Tommaso Campanella all’interno della rigenerazione urbana di cui fa parte il progetto BoCs Art“.

 

Quella in corso (dal 16 luglio al 2 agosto 2018) è la seconda residenza firmata  Di Pietrantonio per la quale  lo stesso ha incaricato quattro curatori (Roberta Aureli, Simone Ciglia, Caterina Molteni, Alberta Romano).

Le scelte curatoriali si sono orientate verso la generazione artistica emergente in Italia e all’estero, nata fra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Note biografiche e di progetto

a cura di Carola Nicasto e Donata Bilotto

Alberta Romano

Pescarese, classe 1991, Alberta Romano è una giovane Curatrice indipendente, con già diverse mostre all’attivo, tra cui Exhibition of the year 2016, tenutasi presso t-space, un noto spazio espositivo d iMilano.Studia Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma e approfondisce la sua formazione in un primo momento presso la Instambul Bilgi Univerity e successivamente all’Accademia di Brera, specializzandosi in Pratiche Curatoriali. Consegue inoltre il master Campo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e collabora con la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, occupandosi essenzialmente della collezione d’arte contemporanea. Coopera inoltre con la galleria d’arte Chertludde di Berlino, promuovendo i giovani artisti italiani e i loro progetti.

Invita nella città di Cosenza: Giulio Scalisi, Luca Loreti, Alessandro Vizzini e il duo composto da Niccolò Benetton e Simone Santilli, in arte The Cool Couple. Ad accomunare le loro ricerche una particolare attenzione per il contenuto dei loro lavori e soprattutto per gli aspetti storici, culturali e politici della società contemporanea.

Alessandra Calò

Alessandra Calò nasce a Castellaneta,Taranto,il 16 Dicembre 1977. Fotografa autodidatta,si dedica alle arti visive nel 2005, sperimentando sin dall’inizio della sua produzione l’impiego di nuovi idiomi che le permettono di esaminare i temi legati al ricordo, all’identità e all’ espressione stessa della fotografia. Utilizza materiale d’archivio, foto trovate “per caso”, che vengono rielaborate, modificandone il senso o donando nuova vita. Fa sua la tecnica della doppia esposizione che le consente di creare nuove figurazioni attraverso la sovrapposizione di più immagini. Specializzata in tecniche antiche di stampa, unisce il digitale alle tecniche d’esordio dell’arte grafica, tramite l’utilizzo di acidi ed elementi materici come il vetro o il cristallo. Ha partecipato a mostre ed eventi in Italia e all’Estero e alcune sue opere sono state pubblicate su interessanti riviste qualificate. Vincitrice del Premio Editoriale Tribewnell’ambito di Circulations 2018, si classifica seconda nel Prix Foto Master lclass con il progetto Kochan,in seguito acquisito dalla Saatchi Gallery di Londra. Grazie al progetto Les Inconnues consegue la Menzione d’onore all’Ipa International Photografic Award 2017: il lavoro citato non è altro che un’inchiesta sugli stereotipici comuni e culturali, sulla percezione di identità e sul trascorrere del tempo che condiziona e rappresenta la nostra società.

L’artista offre alla città un erbario, simbolo della sua indagine percorsa nei giorni di residenza ai BoCs. L’opera nasce da un’intenta analisi del luogo e dei suoi abitanti. Nei giorni trascorsi a Cosenza, Alessandra Calò ha realizzato una mappa del territorio e, prendendo suggerimento dalle semplici azioni delle persone che ha incrociato, ha deciso di adoperare materiali recuperati sul posto in accostamento alle sue conoscenze della fotografia. Attraverso il procedimento della Calotipia e quindi il contatto diretto di foglie e fiori su carta da pane emulsionata, stampa una raccolta di erbe provenienti nell’aria che circonda le strutture dei BoCs. Malva, cardo mariano, tarassaco, elicriso sono alcune delle varietà presenti nell’erbario. Esse vivono ai margini della società vegetale per pregiudizio e scarsa conoscenza da parte dell’uomo delle loro proprietà benefiche.

Alessandro Di Pietro

Alessandro Di Pietro (Messina, 1987) si forma tra Como e Milano dove, terminati gli studi in Grafica d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e opera. Dal 2016 la sua ricerca si concentra sulla stesura di una quadrilogia espositivo-narrativa in cui realizza ambienti installativi, sviluppati dall’artista quasi come location cinematografiche, strettamente funzionali alla definizione del profilo psicologico dei personaggi fittizi che dovranno abitarli. La serie è formata da un prequel, uno studio sul protagonista e un approfondimento sul suo fantasma interiore presentati in: Tomb Writer (solve et coagula), Residenza Casarotto, Bergamo 2016; Downgrade Vampire, FuturDome, Milano 2016; Towards Orion – Stories from the backseat, La Plage, Parigi 2017. Durante la CY Twobly Fellowship 2017-2018, residenza indetta dall’American Academy di Roma, Di Pietro ha lavorato all’ultimo capitolo del suo ciclo progettuale conclusosi con Felix (2018), solo show presso lo spazio Marsèlleria di Milano. A Dicembre presenterà al Raum di Bologna una performance a cura di Xing, organizzazione culturale particolarmente attenta ai nuovi linguaggi della contemporaneità. Tra le collettive più recenti: Figure di spago- Pratiche narrative, Fondazione Baruchello, Roma 2018; Thast’it, MAMBO – Museo d’Arte Moderna, Bologna 2018; Marsélleria New York Screenings, Marsèlleria, New York 2018.

Nell’installazione realizzata da Alessandro Di Pietro per i BoCs Art la dimensione narrativa lascia spazio all’immaginazione per raccontarsi. La creazione appartiene, infatti, a una serie di opere concepite come capsule del tempo, strumenti storicamente ideati dall’uomo per comunicare in modo unidirezionale tra diverse ere.L’artista ipotizza un’epoca futura abitata da piccole fiammelle, nuove entità sopraggiunte agli umani estinti, la cui natura è tracciata in un manoscritto inciso. Il “reperto”,destinato alla trasmissione dei retaggi culturali ai posteri, appare però sfornito del suo involucro esterno, di cui è riconoscibile solamente la struttura composta da elementi in metallo e piccole maniglie laterali.

Alessandro Vizzini

Nasce a Cagliari, nel 1985. Si forma presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, specializzandosi in Scenografia. La sua ricerca è fondata sulla relazione con il tempo. Avvia un dialogo diretto con i processi temporali, sperimentando sulla materia e realizzando lavori organici predominanti. Svolge inoltre un’indagine personale legata al concetto di memoria, quale natura dell’immagine come fonte primordiale. Partendo da un ricordo personale, una strada che percorreva da bambino per tornare a casa, l’immagine diventa matrice e si sviluppa sull’osservazione del paesaggio. Tra le sue ultime mostre: ISLAND, Montecristo project, location segreta, Sardegna; One Missing Sock After Doing Laundry, Glasgow UK; Ortica, Frutta, Roma; Time MomentumJornal, web project; Straperetana, Pereto; I scream you scream weall scream for ice cream, Fondazione Baruchello, Roma; La più geniale tra le maschere, America Academy in Rome, Roma; Trigger Party 3, Marselleria, Milano.

Alessandro Vizzini realizza un “paesaggio ideale” nato dalle suggestioni avute dal territorio. Frammenti di carene trovati, piccole sculture modellate a mano e particolari sagome sono pensate per poter rappresentare degli oggetti alla deriva, metafora sull’evoluzione della scienza, che nel frattempo attendono,rimanendo sospesi nella composizione di un paesaggio avvistato all’orizzonte, quasi come un miraggio.

Alice Visentin

Nasce nel 1993 a Torino. Si diploma in Pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti, dove ha la possibilità di far parte della classe di Marco Cingolani. La pratica pittorica è per l’artista un esercizio utile al miglioramento e all’evoluzione, capace di offrirle nel contempo serenità e astrazione dalla vita quotidiana. I suoi lavori sono caratterizzati dall’utilizzo di vivaci cromie e dalla presenza di piatte figure umane, dai visi evanescenti e dai tratti somatici essenziali, ritratte in diverse attività o pose. Siano essi musici, danzatori o dame riccamente abbigliate e con grandi capelli, tutti i personaggi si fondono e confondo tra i fiori, gli animali e le campiture geometriche che invadono i fondali. La sua Prima Persona Singolare tenutasi negli spazi di Tile Project Space di Milano risale al 2017. Lo stesso anno partecipa all’esposizione collettive Artagon III, al The international encounter of art schools di Parigi, e fa da assistente all’artista egiziana Anna Boghiguian presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Torino. Di recente ha preso parte a L’isola portatile alla galleria ADA di Roma (2018) e a breve esporrà in una collettiva al Basis Showroom di Francoforte. Insieme ad altri sei artisti è tra i fondatori di Spazio Buonasera, artist-runspace torinese che dal 2016 organizza mostre autofinanziate.

Per i BoCs Art Alice Visentin ha deciso di produrre un lavoro di “riduzione”, optando per un formato molto più piccolo di quello usato abitualmente e per la stesura di un unico colore: il blu di Prussia. I soggetti del suo mondo dipinto fanno riferimento ai versidi un componimento del poeta Walter Whitman, in cui si parla di gioventù, allegria conviviale e piaceri della vita. I personaggi vengono impressi sulla tela come spettatori nell’atto simbolico di assistere alla pratica pittorica dell’artista, in cui confluiscono in una sorta di abbraccio universale eros, natura e religione.
A fare da cornice a questa fraterna e amorosa unione tra corpi e animeun insieme di elementi decorativi, disposti sulla superficie pittorica in modo tale da ampliare l’esperienza visiva dell’osservatore.

Apparatus 22

Erika Olea, Maria Farcas, Dragos Olea e IonaNemes (1979 -2011) fondano nel gennaio del 2011 a Bucarest, in Romania, il collettivo artistico Apparatus 22: si autodefiniscono visionari, ricercatori, attivisti poetici, interessati alla ricerca degli intrecciati rapporti tra economia, politica, studi di genere, movimenti sociali, religione e moda al fine di comprendere la collettività contemporanea. Ultima indagine e riflessione nell’azione del collettivo, è l’universo SUPRAINFINIT: un tentativo di concretizzare un nuovo mondo attraverso l’uso interpretativo dell’attesa, viaggiando tra presente e futuro. Nei lavori di Apparatus 22, che spaziano dalle installazioni alla stesura di testi, la realtà si confonde con la finzione e il racconto: tutto si mescola con un approccio valutativo che raccoglie apprendimento e sperimentazione dal mondo del design, della sociologia, della letteratura ed economia. Partecipano a numerose mostre e festival, ma esercitano anche al di fuori degli spazi istituzionali, con performance in luoghi pubblici, azioni in spazi privati e altre forme ibride: nel gennaio del 2017, installano nella piccola edicola Radetzky sui Navigli “Subtitles”, un intervento artistico che mobilita la concentrazione su nuove possibilità di lettura della realtà, fondate sull’animo e a sfavore della comunità razionale. L’edicola si trasforma in una capsula temporale, in cui particolari canali somministrano testimonianze da Suprainfinit per iniziarci a un sistema di pensiero, dove la speranza viene utilizzata come strumento interpretativo per la società.

Durante i giorni di residenza, realizzano l’opera BlankAugury I, un’installazione che prevede la donazione di un nome immaginario, scelto dal collettivo, con lo scopo di essere offerto gratuitamente al primo cittadino di Cosenza che desidera utilizzarlo per un nuovo nato. Creando un nuovo sostantivo, gli Apparatus 22, immaginano di donare un futuro migliore a chi porterà questo nome, un futuro lontano dalle prospettive desolanti fortemente sentite in una regione del Sud. Se Skakespeare ha chiesto “Che cosa c’è in un nome”, gli artisti spostano l’attenzione sul potenziale latente di un nuovo nome: “Cosa c’è in un nome mai usato prima?”

Benni Bosetto

Classe 1987, Benni Bosetto vive e lavora tra Milano e Amsterdam. Nel 2010 si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera specializzandosi successivamente in Scultura e frequentando, grazie all’Erasmus School Project, l’UDK di Berlino. Ha inoltre perfezionato la propria formazione presso il Dirty Art Department del SandbergInstitute di Amsterdam. La sua indagine è da sempre rivolta alla costruzione di apparati metanarrativi tra storie, leggende, miti in cui lo spettatore ha piena libertà interpretativa, pur oscillando tra straniamento e spaesamento. Alla base del linguaggio di Bosetto vi è senza dubbio il disegno, la ricerca artistica dell’ultimo periodo predilige però la creazione di interventi installativi in cui gesti performativi e lavori scultorei e grafici si fondono per diventare appropriazione totale dello spazio espositivo. È rappresentata dalla galleria ADA di Roma, dove ha esposto in occasione della personale Gli Imbambolati (2018) e della collettiva L’isola portatile (2018). Tra le principali mostre si ricordano: That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, MAMBO – Museo d’Arte Moderna, Bologna 2018; Figure di spago- Pratiche narrative, Fondazione Baruchello, Roma 2018; Sweepawaysweepanyway, the end of the world willnever come, Convento Domenicano, Municipio, Elvissa (IBZ) 2017; Florida, Tile Project Space, Milano 2016.

Come di consueto nel suo lavoro, Benni Bosetto si servirà del disegno come trait d’union per una composizione multi-narrativache in questo caso prenderà forma attraverso un collage distoffe colorate e carte. Attraverso una ricerca monografica e sociologica, l’artista sta portando avanti in Residenza uno studio sull’uomo e sulla questione dell’identificazione del corpo nella società, che vede di cultura in cultura l’utilizzo di pratiche e rituali specifici.A ispirare la sua produzione alcune letture quali la biografia dell’inventore Nikola Tesla e dei testi di saggistica sull’astinenza sessuale e alimentare nell’epoca precristiana, come dimostrano i progetti ingegneristici, le parti anatomiche e le figure androgine rappresentate.

Caterina Molteni

Caterina Molteni (Milano, 1989). Dopo la Laurea triennale in Filosofia morale e politica presso l’Università degli studi di Milano, nel 2015 consegue il Diploma accademico di secondo livello in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2013 è tra i corsisti di CAMPO13, corso di specializzazione per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. È direttrice e cofondatrice di Tile project, spazio no profit aperto dal 2014 per la sperimentazione e la crescita della nuova generazione di artisti italiani. Dal 2016 è collaboratrice e cofondatrice del magazine online di cultura e arti contemporanee Kabul, impegnato inoltre nella traduzione di testi critico-curatoriali non ancora reperibili in italiano, e si occupa del coordinamento delle Attività collaterali presso il CRRI del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La sua più recente pubblicazione è Appunti sulla narrazione dell’arte contemporanea italiana, in That’s IT, a cura di Lorenzo Balbi, MaMbO Museo d’arte Moderna di Bologna, 2018. Tra gli ultimi progetti curatoriali: Supercondominio. L’assemblea dei nuovi spazi d’arte contemporanea in Italia, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino 2018; Figuredispago.Pratichedinarrazione, Fondazione Baruchello, Roma 2018; L’isola portatile, ADA, Roma 2018. La narrazione intesa come abilità di lettura della realtà ed esercizio di pensiero è tema fondante delle mostre curate da Caterina Molteni.

A Cosenza si occuperà del lavoro degli artisti: Benni Bosetto, Giulia Cenci, Alessandro Di Pietro e Alice Visentin, accomunati dalla capacità immaginativa di produrre storie e tradurre visivamente processi ed emozioni.

Davide Mancini Zanchi

Davide Mancini Zanchi nasce a Urbino nel 1986, dopo gli studi all’Istituto d’arte nel 2013 si diploma in Pittura presso l’Accademia delle Belle Arti del capoluogo marchigiano. Tra il 2014 e il 2015 è ospite della Dena Foundation For Contemporary Art per una residenza artistica di cinque mesi a Parigi. È vincitore di diversi concorsi tra cui: Premio Pescheria promosso dal Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro (2011), Gran Premio della Pittura del Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (2014) Premio Città di Treviglio (2016), oltre che finalista del Club GamecPrize (2018). Dal 2011 espone sia in Italia che all’estero con mostre collettive e personali, tra queste si segnalano BlitzenBenz, Galleria AplusB, Brescia 2014 e Milleduecento, Spazio San Paolo Invest, Treviglio 2017. Alcuni suoi lavori si trovano nelle collezioni di spazi privati e musei pubblici (Galleria Civica di Modena, Museo Civico Giovanni Fattori, Galleria Nazionale delle Marche di Urbino). Mancini Zanchi porta avanti una riflessione sull’atto stesso del dipingere che si traduce in opere definibili, più che tradizionali quadri, veri e propri oggetti pittorici. Combinando concetto e materia l’artista si cimenta in una sperimentazione libera e leggera, che guarda tanto alla tradizione della storia dell’arte che all’immaginario popolare, servendosi talvolta del gesto performativo o dell’allestimento interattivo.

La sua ricerca sui “confini che vacillano sulla pittura” si è tradotta a Cosenza in un’opera in cui coesistonodimensione concettuale, ready-made e intervento pittorico. Nel suo lavoro, che egli stesso definisce “polimorfe e transmediale”, spicca, infatti, un’attitudine all’analisi degli aspetti delle cose in vista di un mutamento della forma.Protagonista è un oggetto qualsiasi, una maglia del Catanzaro Calcio acquistata dall’artista nello Store ufficiale epoi ridipinta di rosso-blu. Mancini Zanchisostituisce i colori originali della t-shirt, ossia il giallo e il rosso, con quelli della divisa della squadra rivale per eccellenza: il Cosenza, riflettendocon ironia sui recenti successi calcistici della città.

Dario Picariello

Nasce ad Avellino nel febbraio del 1991. Laureato in Arti Visive a Urbino, attualmente vive e lavora tra Napoli e Milano, dove frequenta il Master in Photography and Visual Design presso la NABA di Milano. Lavora con performance e video,pratiche di cui non condivide il fluire del tempo e approda alla fotografia. Subisce il fascino dell’abbandono dei luoghi per le storie che custodiscono e raccontano e realizza, nel 2018, una serie di fotografie presso la Fornace Guerra-Gregorj a Sant’Antonino (Treviso), diretta, tra XIX e XX secolo, dall’imprenditore e politico italiano Gregorio Gregorj. L’artista propone di rinnovare la produzione industriale di terracotta, con lo scopo di realizzarne una specificamente artistica. Per fare questo, invita alla collaborazione pittori e scultori, integrando all’attività della Fornace quella della Sala degli Artisti. Sostenendo due laboratori introduttivi, in collaborazione con il Liceo Artistico di Treviso e l’attuale proprietaria della Fornace, l’artista ha metaforicamente riattivato il luogo, riportandovi l’intensa attività lavorativa e ripercorrendone le tracce della memoria e degli affetti. Tra le mostre personali e collettive, si ricordano:You can do it and you must do it,a cura di Laura Petrillo,Villa delle Rose,Bologna(2018); A fuoco continuo, a cura di Stefano Volpato, TRA – TREVISO RICERCA ARTE, Treviso (2018); Officine dell’Umbria 2017 (2017), doppia personale con AureliénMauplot presso Palazzo Lucarini a Trevi; Mascarata (2016), personale a cura di Eugenio Viola presso Casa Raffaello a Urbino e OFF Course Young Contemporary Art a cura di Laura Petrillo presso The Dynastie a Bruxelles; Codice Italia Academy (2015) di Vincenzo Trione a Palazzo Grimani di Venezia. Finalista Premio Cramum 2017, Museo del Duomo di Milano.

Nei giorni di residenza, Dario Picariello realizza il progetto Cosenza vende che si sviluppa a partire da uno studio del territorio cosentino e dalle suggestioni dal paesaggio circostante. La città, divisa in due, la parte “vecchia” e la nuova urbanizzazione, presenta un evidente sfollamento del centro antico a causa di diverse vicende storiche. Quello che si manifesta è la numerosa presenza di cartelli di vendita che affollano le stradine decadenti e le piazze. Simbolo dello “svuotamento”, è la parola “vende” che viene estratta dal contesto e adoperata provocatoriamente in un ricamo fatto con le stesse immagini dei cartelli presenti in città. Il ricamo, tradizione della provincia cosentina, sviluppatasi particolarmente tra i borghi di Longobucco e San Giovanni in Fiore, vieneripetuto su due ombrelli da set fotografico in un tradizionale intreccio, detto punto del giudice.

Giulia Cenci

Classe 1988, Giulia Cenci si specializza in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2012 per poi proseguire gli studi in Olanda,dove frequenta un master in Fine Art alla St. Joost Academy di Brenta-Den Bosch. Nel biennio 2015-2017 è vincitrice di una borsa di studio per il programma post-accademico promosso da DeAteliers ad Amsterdam, città in cui oggi risiede. Nella sua pratica abituale l’artista preleva dalla realtà quotidiana “frammenti di cose”, sui quali interviene accentuandone l’usura o conferendogli nuova forma attraverso il trattamento con materiali sintetici (resine e siliconi).Pezzi di scarto naturali e artificiali e oggetti ormai privi di funzionalità diventano così agglomerati di incerta riconoscibilità, protagonisti di grandi istallazioni ambientali concepite come “vedute” di gruppi di sculture potenzialmente indipendenti.Tra le ultime mostre personali: Ground-ground, SpazioA, Pistoia 2018; A través, Carreras Mugica (Hall), Bilbao (ES) 2017; Deep State, Offspring at deAteliers, Amsterdam (NL) 2017. Tra le collettive in Italia e all’estero: Hybrids, Lustwarande, Platform for Contemporary Sculpture, park De Oude Warande, Tilburg NL 2018; That’s it!, Mambo, Bologna IT 2018; Deposito d’Arte Italiana Presente, Artissima 2017, Torino.

Ibridando porzioni di automobilidanneggiate (fornite da un’azienda calabrese specializzata in riparazione di macchinari ferroviari) con volumi riconducibili a masse organiche, Giulia Cenci innesca un processo che parte dall’alterazione della forma originaria dell’oggetto preesistente per generare una creazione dalla nuova significazione. L’artista riproducecon perizia l’articolazione delle diverse parti che compongono un’unica struttura, attratta dalle peculiarità della serialità ingegneristica. La sensazione di vitalità rintracciabile in questo micro-mondo è alimentata dalla presenza in esso di elementi naturali, richiamo immediato alla stratificazione interna dei minerali. La tensione quasi muscolare che conferisce all’opera stessaun aspetto semi vivo ricorda, inoltre, certe specie vegetali infestanti nell’atto di espandersi in modo incontrollato nello spazio circostante.

Giulio Scalisi

Classe 1992, Giulio Scalisi si forma alla Nuova Accademia delle Belli Arti di Milano, specializzandosi in Arti Visive. Frequenta inoltre il Master in Fine Arts presso l’ECAL di Losanna, in Svizzera. La sua ricerca si fonda sull’analisi dell’intimo, come soggetto piantato nella collettività, analizzando gli elementi esterni che quotidianamente modellano il singolo individuo. Utilizza vari media, quali video, fumetti, disegni e installazioni. Nella mostra personale Alghe Romantiche,svoltasi a Milano al Tile Project Space, l’artista ricrea un habitat marino, sovrastato da zattere. Scalisi conduce il fruitore alla scoperta di un luogo possibile, un ambiente che viene mostrato attraverso l’incontro con personaggi che, catturati e passivi della propria identità, dimostrano diversi stadi del viaggio intrapreso dall’essere umano nel suo distacco dal mondo concreto. Tra le sue ultime esposizioni: GoodGuys (GranRiserva), Gasconade’s Guest, Roma; t APC/the Artist’s PC, Le Botanique Centre Culturel, Bruxelles; Cali Gold Rush, Lucie Fontaine, Milano; e Life is Bed of Roses, Fondationed’enterpriseRicard, Parigi.

Per BocsArt realizza delle fontane dalle somiglianze antropomorfe bagnate dallo stesso mare da cui prendono l’acqua in un ciclointerminabile e continuo.

Luca Loreti

Nasce a Chiavari nel 1990, ma da sempre vive e lavora a Milano. Sin da bambino ha uno spiccato talento per il disegno che lo porta a intraprendere un percorso artistico: frequenta il liceo, poi l’Accademia di Belle Arti di Brera, indirizzo Pittura. Insieme ad Alessandro Moroni, Giulia Ratti e Nicole Colombo, fonda Spazio/77 un luogo di ricerca, creazione e discussione. La sua indagine si basa sul presunto concetto del linguaggio dell’arte,ed è per questo che realizza opere appartenenti a generi formali archetipiche o al limite del cliché ponendo lo spettatore di fronte ad un’immagine con la quale interfacciarci e comunicare. In occasione della mostra Exhibition of the year 2016, una collettiva con Alessandro Moroni e Lorenzo Kamerlengo a cura di Alberta Romano, presenta un progetto che racchiude le sue ricerche personali. Fra le sue ultime mostre: Kodomo no hi, Sonnenstube,Lugano,2017; NowI Wanna bea Good Boy, a cura di C.CortinoviseC.Spagnol,Plasma Plastic, Milano, 2017; Itwas My First Time, Notturno #2, Localedue Bologna, 2016.

Nei quindici giorni di residenza l’artista si interroga sul ruolo e le ambizioni di una residenza d’artista situata in un luogo come Cosenza e sulla sua funzione nel sistema dell’arte o per la cittadinanza cosentina. L’architettura dei BoCs, vista su google immagini prima di partire, rammenta una residenza nordica, un luogo estraneorovesciato nel profondo sud dell’Europa. L’artista immagina e si immedesima in un immaginario artista asiatico che, ospitato alla residenza, porta parte della sua cultura in un luogo a lui distante. L’opera consiste in una scultura in legno di piccole dimensioni riproducente uno Shishio Cane di Foo, figura mitologica asiatica generalmente posta all’esterno dei templi come emblema di sostegno e molto in voga come tatuaggio popolare giapponese. L’idea è quindi di compiere un oggetto che non abbia rapporto con il territorio ma che inviti ad ricercare una cultura altra rispetto a quella del luogo, un invito ad aprire la mente e a confrontarci culturalmente nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Luisa Mè

Luisa Mè è il duo formato da Francesco Pasquini (Pesaro, 1991) e Luca Colagiacomo (Milano, 1990) il cui nome riecheggia l’espressione dialettale marchigiana “lui sa me” (lui con me). Dopo la conclusione degli studi all’Accademia di Belle Arti di Urbino, nel 2014 i due artisti si trasferiscono a Londra per sperimentare la propria creatività, solo in seguito decideranno di lavorare a quattro mani. La carriera artistica di Luisa Mè è relativamente recente: Look at me è il titolo della prima personale tenutasi allo spazio T293 di Roma (dicembre 2017 – febbraio 2018), mentre i prossimi Solo show si terranno a Londra a settembre 2018 presso la Her Gallery e a gennaio 2019 alla Union Gallery. Tanto nei quadri che nelle sculture ricorrono frequentemente lunghi becchi e tacchi a spillo, a connotare figure semi umane o dai tratti zoomorfi fortemente drammatiche e dall’accentuata tensione muscolare. Uno sguardo è rivolto alla tradizione pittorica italiana, in particolare a Piero della Francesca: il duo si propone di creare immagini capaci di avere un impatto veloce e duraturo, proprio come le icone sacre. La tecnica interviene ponderata in opere dal significato aperto in cui emerge una precisa volontà di ambiguità, già ravvisabile nel nome stesso del duo.

In Residenza, la prima della loro carriera artistica, stanno lavorando a una scultura che pur riproponendo nelle fattezze la consueta figura deformata in costante ricerca di equilibrio, sarà realizzata sperimentando nuove soluzioni formali e tecniche inedite tra cui l’utilizzo della carta stagnola. Forti dell’idea che la cosa più semplice e usuale può stimolare alla creazione di qualcosa di originale e imprevedibile, procederanno con un metodo di lavoro bilanciato e attento al non strafare attraverso stratificazioni e levature di materia. Il risultato sarà un’entità nervosa che pur ricordando le sembianze di uccello conserverà nella cromia l’influenza psichedelica della scena tecno underground di Londra, a mostrare come dietro ogni cosa si nasconde un lato imperscrutabile.

Marco Giordano

Marco Giordano (Torino 1998). L’artista torinese consegue la laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2011 e subito dopo si trasferisce a Glasgow, dove vive e lavora da sei anni. È co-fondatore di Thank You Very Much, collettivo di artisti con sede a Glasgow impegnato nell’organizzazione di mostre ed eventi. I suoi progetti si declinano in base alla specificità del luogo e delle circostanze in cui si inseriscono diventando talvolta progetti itineranti a tempo indeterminato. Basandosi sull’analisi delle relazioni tra interno ed esterno o tra un’azione e il tempo in cui questa si svolge, l’intera ricerca si traduce in una sorta di creazione partecipata che include i punti di vista altrui, poi opportunamente riformulati. Nel lavoro di Giordano sopravvive, infatti, una certa impermanenza per cui ciò che conta davvero è il processo di produzione più che la materialità dell’opera d’arte.Le azioni performative e gli interventi di arte pubblica spesso si servono di testi letterari o messaggi poetici autoprodotti dall’artista per generare spunti di riflessione e creare connessioni tra linguaggio narrativo e arte visuale. Tra le mostre personali più significative: I’m Nobody! How are you?, Glasgow International Festival, Glasgow 2018; Conjunctive Tissue, 3 Ada Road, Londra, 2018; Pathetic Fallacy, Il Colorificio (Milano, 2017); Self-fulfilling Ego, Jupiter Artland, Edimburgo, 2017. Tra le mostre collettive: That’s IT!, MAMbo, Bologna, 2018; Cutis, Glasgow Project Room, Glasgow, 2017; Asnatureintended, Frutta, Roma, 2016.

Sopra un semplice striscione bianco l’artista cuce in nero la frase «Inalami esalami», elevando a protagonista dell’opera una scritta appuntata tra note varie sul suo taccuino.Giordano prosegue così l’indaginesui limiti tra sfera collettiva e privata: fa del banner, comunemente adoperato per diffondere messaggi su larga scala, il vessillo della sua intimitàtradotta nella fugace annotazione. L’opera diviene un “interstizio” tra spazio pubblico, luogo espositivo e artista in grado di, usando le parole del sociologoGiovanni Gasparini, “articolare processi di socializzazione, identificazione e adesione affettiva”.

Mattia Pajè (Melzo, Milano, 1991)

Laureato in Metodologia e Progettazione per le Arti Visive presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna, Mattia Pajè è co-fondatore e direttore artistico dello spazio Gelateria Sogni di Ghiaccio, un luogo di esercizio, collaborazione e discussione d’arte. L’intera ricerca dell’artista è legata al concetto di sperimentazione, ricerca, e verte sull’azione che l’arte contemporanea esercita sul fruitore. Tra gli eventi a cui ha partecipato: TU 35 EXPANDED, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato (2017); Do you come hereoften? a cura di Giovanni Rendina, Ponte Sanguinario, Spoleto (2017); Points Shop NowCustomize, a cura di M.V. Tagliati, CAR DRDE, Bologna (2017); Anykind of vision in the air, a cura di Gabriele Tosi, Anonima Kunsthalle, Varese (2016);490nm<GENERATOR< 570NM, a cura di Lelio Aiello, LOCALEDUE, Bologna; La Lingua Degli Affetti e Del Desiderio, un progetto di Cesare Pietroiusti, RAUM, Bologna (2016). Attualmente vive e lavora fra Bologna e Milano.

Mattia Pajè compie un intervento site specificgenerato a partire dall’architettura del suo BoCS. Due stampe di grande formato sono poste sulle vetrate del fabbricato, mentre un’installazione luminosa è presentata all’interno e resta distinguibilesolamente da fuori attraverso la porta. “Si può sempre raggiungere l’obiettivo” dichiara l’artista.

Paola Angelini

Nasce nel 1983 a San Benedetto del Tronto, dove attualmente vive e lavora. Diplomatasi in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, frequenta nel 2011 il Corso di Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia con BjarneMelgaard, esponendo all’interno della mostra da lui curata nel padiglione Norvegese della 54° Biennale di Venezia. Nel 2017 consegue il Master Fine Arts presso la KaskConservatorium di Ghent (BE). La sua prima solo show, Blue Memory, risale al 2012 presso la Rod Bianco Gallery di Oslo; sempre sui fiordi norvegesi è artist in residence per il Nordic Artists’ Centre di Dale sia nel 2014 che nel 2016. Nello stesso anno partecipa alla residenza artistica della Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Ha ricevuto diversi premi ed esposto in personali in tutta Italia tra cui: Le forme del Tempo, Museo Palazzo Pretorio, Prato 2017; La conquista dello Spazio, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino 2017; Whatis Orange? Why, an Orange, Just an Orange, Marsélleria, Milano 2016. Paola Angelini pone al centro dellasuapratica l’uso esclusivo della pittura, che diviene contemporaneamente gesto e atto creativo. L’artista, infatti, trae spunto dalle esperienze soggettive e dai vari immaginari della Storia dell’arte per intraprendere un’indagine costante sul linguaggio del medium espressivo adoperato.Nelle tele di Angelini luoghi e momenti prendono forma in un costante susseguirsi di processi di stratificazione, aspetto cardine del suo approccio al lavoro.

L’artista ha fatto dell’esperienza vissuta a Cosenzaun’occasione di studio e riflessione in vista dell’avvio di un nuovo ciclo di opere. L’incontro casuale con il pittore Giuseppe Filosa, che ha la sua bottega nel Centro storico, ha permesso a Paola Angelini di indirizzare la propriaindagineversouno sguardo all’esterno. Alla città che la ha ospitata lascerà il tempo dedicato a pensare al suo pittore: riprodurràuna tela di Filosa,omaggio alla sua carriera artistica, con la speranza di “conservare” così la ricerca di un maestro locale.

Roberta Aureli

Classe 1991, Roberta Aureli, si forma presso l’Università La Sapienza di Roma, dove collabora al corso magistrale diStoria dell’Arte Contemporanea. Nel 2016 aderisce a Campo, il corso per curatori ideato e avviato dalla Fondazione Re Rebaudengo, con la quale la giovane storica coopera occupandosi prevalentemente di indagine e stesura delle schede delle opere della Collezione e dei cataloghi delle mostre. Collabora per il progetto “L’Arte Povera e la sua trasmissione al futuro” promosso dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale e dal Castello di Rivoli. Nata in provincia di Roma, vive a Torino, dove svolge la sua attività di ricerca. Scrive per riviste accademiche, cataloghi e magazine online.

Per il progetto BoCs Art, “La città del Sole”, sua prima residenza artistica, invita gli artisti Veronica Bisesti, Alessandrà Calò, Dario Picariello e Mattia Pajè, chiamati ad interagire con il territorio e i suoi abitanti.

Simone Ciglia

Simone Ciglia (Pescara, 1982). Terminati gli studi in Storia dell’arte presso l’Università Sapienza di Roma, nel 2012 consegue a pieni voti il Dottorato di ricerca in Storia dell’arte contemporanea. Già docente all’Accademia di Belle arti di Frosinone e Cultore della materia in Storia dell’arte contemporanea all’Università Sapienza e all’Università degli Studi Roma Tre di Roma, ad oggi è assistente ricercatore presso il MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma. Ha scritto per cataloghi e riviste specializzate come Flash Art, collaborando con Treccani (stesura di alcune voci della IX Appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani) e Zanichelli (redazione del manuale Itinerario dell’arte di Cricco- Di Teodoro). Ha curato diverse mostre tra cui: I wouldprefernot to/Preferirei di no. Esercizi di sottrazione nell’ultima arte italiana nell’ambito della 16a Quadriennale di Roma 2016; Da io a noi: la città senza confini, Palazzo del Quirinale 2017 e con Giacinto Di Pietrantonio Fuoriuso 2016 Avviso di garanzia, Ex Tribunale, Pescara, 2016. Simone Ciglia si occupa principalmente di arte e critica d’arte del secondo Novecento, considerando la curatela come una possibilità di estensione della ricerca stessa.

Per la Sessione di Residenza 16 Luglio-2 Agosto 2018 sarà il curatore di Davide Mancini Zanchi, Paola Angelini, Luisa Mè e Marco Giordano, che con il loro lavoro testimoniano quanto le sperimentazioni del passato siano punto di riferimento e fonte di ispirazione per le nuove generazioni diartisti.

The Cool Couple

T.C.C. è un duo artistico formato da Niccolò Benetton (Arzignano, 1986) e Simone Santilli (Portogruaro, 1987): specializzato in Arte Visiva il primo, laureato in filosofia il secondo, si conoscono al Naba, al Master in Fotografia e Visual Design, di Milano. Dopo anni di collaborazioni, decidono di concretizzare il loro lavoro fondando nel 2012 The Cool Couple, uno studio di progettazione grafica che nel tempo si tramuta in un vero e proprio luogo di critica e riflessione artistica, ma non solo. La loro indagine sottolinea i contrasti della società, che viene analizzata attraverso l’utilizzo delle immagini: un tentativo, il loro, di evidenziare i cortocircuiti nell’immaginario comune. Identificano la fotografia come un atteggiamento collettivo e decidono di utilizzare una serie di linguaggi che spaziano dalla performance al video, dall’installazione alla stampa 3D. Le loro opere, pregne di riflessioni critiche e politiche, diventano degli stimolatori di dialogo, dichiarazioni artistiche e sociali. Il loro lavoro è stato esposto presso: MaMbo, Bologna; CCC Strozzina, Firenze; Fondazione Bevilacqua La Masa, UnseenPhotography Fair, Circulations Festival, LesRencontres de la Photographie di Arles. Nel 2014 sono finalisti al Kassel Photobook Festival Award, vincono il Premio Francesco Fabbri per la fotografia contemporanea e una borsa presso la Fondazione Bevilacqua la Masa a Venezia. Nel 2015, vengono selezionati per il programma Plat(t)form del Fotomuseum Winterthur, e sono nominati per il Discovery Award al festival LesRencontres d’Arles. Ad ottobre 2015 vincono il Premio Graziadei per la fotografia contemporanea, esponendo al Festival Fotografia di Roma, presso il MACRO, e in dicembre sono tra i dieci finalisti del premio Artevisione, promosso da Care/of e Sky. The Cool Couple è rappresentato dalla galleria Metronom di Modena e da MLZ Art Dep. di Trieste.

Durante il soggiorno nella città di Cosenza, gli artisti sono stati colpiti dall’immagine di un banner teso in aria, agganciato all’estremità della piazza del centro, durante le serate del festival Invasioni: il testo recitava VIA DI FUGA, stampato a semplici caratteri maiuscoli neri su fondo bianco. Per questo, riproducono il banner, collocandolo all’interno del box. Attraverso questa azione di decontestualizzazione il messaggio diventa una sorta di dichiarazione superata, in un fase storica contrassegnata da tensioni, sfiducie e un orizzonte degli eventi sempre più buio.
L’opera concettuale dichiara il loro lavoro, l’attenzione degli artisti al quotidiano, l’utilizzo dell’arte come mezzo di espressione politica e denuncia sociale.

Veronica Bisesti

Nasce nel 1991 a Napoli, dove vive e lavora. Si forma presso l’Accademia delle Belle Arti, specializzandosi in Arti Visive. Aderisce nel settembre del 2018 a Women un’importante collettiva dedicata ad artiste italiane, presso gli spazi della Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata. Un’esposizione tutta al femminile che scardina il concetto di “arte di genere”: si tratta infatti di professioniste di grande spessore la cui emotività e indagine va al di là dell’approssimativa etichetta. La ricerca dell’artista è caratterizzata da un approccio sensibile al particolare. È il dettaglio ad attirare la sua attenzione: per la città di Cosenza realizza un progetto legato al senso di appropriazione con il luogo, immergendosi nella cultura e nel tempo che scorre.

Dalle emozioni e suggestioni che questo luogo le regala, percepisce l’abbandono della città vecchia, che vive nell’ombra della nuova urbanizzazione. Presenta quindi, un parallelismo con Anna Magdalena Bach, musicista tedesca, seconda moglie di Johann Sebastian Bach, oscurata anch’essa dalla figura dal noto compositore. Definita da sempre una semplice copista, la promettente figura di Anna Magdalena, viene rivalutata nel 2006, quando uno studioso ha avanzato la teoria che la musicista possa aver composto alcune delle musiche attribuite fino ad ora a Bach. E’ per questo che la giovane artista realizza una perfomanceche vede protagonista non solo un componimento di Anna Magdalena, ma anche l’antica piazza coperta del Centro Storico di Cosenza, Piazza Arenella. La sonata, compiuta da una violoncellista in onore della compositrice tedesca, si mischia con i suoni della città vecchia e viene accompagnata dall’immagine del frontespizio del volume di una raccolta di canzoni strofiche, pubblicato nel 1736, che l’artista riproduce su delle antiche mattonelle, tipiche delle costruzioni del borgo.

 

Gli artisti e i curatori